Volevo parlare di tutt’altro in realtà… ma già che ci sono, ho appena letto un articolo molto bello sul Corriere della Sera. È uno sfogo del chitarrista della PFM, Franco Mussida.

«I Talent-show fanno spettacolo. Ma dov’è finita l’arte?». E ancora: «I testi delle nuove canzoni sono brutti, omologati; tanto che sembrano tutti uguali». Parole pronunciate da uno che se ne intende, Sir Elton John, intervistato nei giorni scorsi da Radio Time Magazine. Londra come Milano o Roma: oggi intorno alla Musica popolare contemporanea si avverte un senso di stanchezza, una specie di depressione. Dove sono finiti i valori, le immagini, che hanno fatto da colonna sonora e da sfondo a più di una generazione? Sembra tutto perduto, forse anche per colpa nostra: abbiamo consumato «quella» Musica senza lasciarne neanche un briciolo a chi è arrivato dopo.

(…)
Persino i più giovani — piuttosto che rischiare sul nuovo — si rifugiano nel passato, nei «classici» del rock. La sfiducia che i più «vecchi» hanno verso i teenager di oggi è direttamente proporzionale al nulla che è stato loro offerto in termini di motivazioni all’approccio musicale. Chi ha i miei anni ha atteso perlopiù criticando, senza provare a motivare, a proteggere. Si è lasciato fare al Mercato e all’Industria. Ma la Musica è, anche nelle forme più popolari, essenzialmente un fatto culturale e artistico. La logica conseguenza è stata che l’industria ha fatto l’industria. Ha cominciato a mettere a profitto il «catalogo», a campare sul «catalogo» e continua a farlo anche oggi, utilizzando le opportunità arrivate dalla televisione — dai «Talent» — facendo cantare tutti, anche i bambini… La pianta originaria del Rock, del Soul, è stata spolpata: non sono bastati i pochi positivi innesti alla Peter Gabriel (gli anni delle contaminazioni) a rivitalizzarla. E il Rock magari non è proprio morto — come dice Sting — ma è già diventato Storia: come tale andrebbe trattato e rispettato, anche per tutto ciò che ha voluto dire. Un concetto, questo, che dovremmo spiegare bene ai ragazzi che quegli anni non hanno vissuto e che invece se lo ritrovano fra i piedi come un repertorio di brani e composizioni da suonare «a pappagallo».
E pensare che la Musica Popolare ha avuto un ruolo straordinario, specie quella guardata con sospetto da una certa cultura di sinistra, quella che ci è arrivata dal mondo anglosassone. È servita a toglierci di dosso quella mortificazione, quella velata depressione che arrivava direttamente dalla guerra, ha contribuito a soffiare via dal tessuto sociale l’immagine grigia di un futuro fatto di cupi doveri e di sacrifici. Ha rappresentato un elemento di forte discontinuità nei comportamenti sociali ingessati, finiti come un bel vaso cinese che cade su un pavimento di marmo. Ora di quel potenziale destabilizzante e provocatorio sono rimaste solo le forme di superficie: la Musica popolare non graffia più, non ci «entra» dentro; benché il volume sia sempre più alto, arriva solo alle orecchie senza sfiorarci l’anima. Eppure io penso che questa crisi non sia più solo figlia della discografia, che pure se l’è voluta e cercata. Sono i musicisti che fanno la Musica. E a loro la Musica (con i suoi problemi da risolvere) dovrebbe tornare, pur con qualche aiuto. Le istituzioni dovrebbero metterci lo zampino, offrire ai ragazzi occasioni per sperimentare a prescindere dal mercato. Si dovrebbero incentivare i locali a riconvertirsi in luoghi per ascoltare e ascoltarsi. Mi riferisco ai salotti e agli assessorati che continuano a considerare la Musica popolare come sottocultura… E’ giusto continuare a puntare sui-mega concerti da centinaia di migliaia, da milioni di persone? Non sarebbe più sensato ripensare alla costruzione di un rapporto più «ravvicinato», ripartendo proprio dai piccoli locali delle nostre città? Se si affievolisce il valore della Musica popolare, che è poi quella più ascoltata, cantata, partecipata, rappresentata, si affievolisce il nostro «sentire comune», diventiamo tutti un po’ più deboli. Un po’ più soli.

Franco Mussida
06 dicembre 2010

Sante parole.
Io in realtà volevo parlare di un concorso di giovani videoclippers (neologismo?) che si è tenuto al Teatro Miela. Io ero in giuria, assieme a Dorina e ad Alessandro Lombardi (che è ha sostituito al volo la defezione di Edy Meola). Abbiamo scelto, tra gli altri, di premiare i Mellow Mood. Gruppo che stimo molto e che compare anche in:
“Primitivi del dub” remix di “Primitivi del Futuro” dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Di cosa si tratta?
Risponde Davide Toffolo: «È lo sviluppo naturale del disco reggae che abbiamo fatto. Lo ha “dubbato” Paolo Baldini nel suo studio Alambic Conspiracy, a San Martino di Pordenone. Come nella tradizione dub jamaicana sui ritmi del disco hanno cantato i campioni che ruotano attorno alla scuderia dei cospiratori, è venuta fuori una cosa bellissima. Una specie di ricognizione sul panorama reggae delle nuove generazioni. Gente di venti anni, affascinata dalla lezione di Alborosie e della tradizione reggae italiana. Ci sono: Mama Marjas la bravassima cantante tarantina, i gemelli dei Mellow Mood L.O. e Jacobs, tutte le percussioni le suona Rankin’ Alpha dei toscani Dubital, senza dimenticare la voce ragga del cantante campione Andrew I di Gorizia. Per finire, il piano di Remo Anzovino». Il disco è scaricabile sul sito di XL di Repubblica. Noi di In Orbita l’abbiamo legalmente scaricato e ve lo proponiamo.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=zVim3go8kso&fs=1&hl=it_IT[/youtube]

Elisa Russo

Elisa Russo

Si occupa di musica e spettacoli su stampa, radio, tv e web. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Spesso lavora in coppia con il fratello Ricky. The Russos hanno ideato, scritto e condotto il programma musicale “In Orbita”, in onda su Tv Capodistria (Slovenia) e su Radio Capodistria.

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