Finardi2 copiaSabato la terza giornata di Trieste Calling The Boss comincia già alle 15, allo stabilimento Ausonia con una jam acustica, sul palco artisti provenienti da tribute band: Renato Tammi e Antonio Tedde (SpringStreet Band di Torino), Raffaele Pastore e Gaetano Ambrico (The E-ssential da Napoli), Carlo Ozzella e Claudio Sax (The 57th Street Band da Milano), Davide Balbini (Jersey Devil Band da Cremona) e Mauro De Nicola (Padova) con la partecipazione dell’attore triestino Stefano Vattovani. È prevista anche la presentazione del volume a fumetti “Spiriti nella notte” di Marco D’Angelo e Fabrizio Di Nicola. Alle 20.45 l’appuntamento è al Miela con The 57th Street Band & friends ed Eugenio Finardi, in città dopo molti anni, il cantautore milanese ricorda:

«La prima volta che suonai a Trieste fu nella bellissima Piazza Unità. E poi al Castello di San Giusto nel 1979, e me lo ricordo bene perché fu molto difficile portare su gli strumenti, giustamente i castelli sono fatti apposta per non essere accessibili. E poi non mi ricordo di concerti più recenti. Ero venuto a Trieste con i miei primi due figli per visitarla. Sono stato allevato da una tata, che è ancora parte della famiglia, originaria di Palmanova e che aveva parenti triestini e da piccolo ci venivo. Ho un legame affettivo profondo con la città».

Che spettacolo è “40 anni di musica ribelle”?

«Un concerto che inizia con canzoni fondamentali, le immancabili del mio percorso che non posso non suonare. Nella seconda parte rifacciamo in maniera filologica, il più possibile simile all’originale, l’album “Sugo” del ’76 suonato però al contrario, iniziando dall’ultimo brano “La paura del domani”, pezzo quantomeno attuale, per finire poi con “La Radio” e “Musica Ribelle” che sono il degno coronamento di un concerto. Mi accompagna una band di ragazzi bravissimi, di cui anagraficamente potrei essere il padre, che portano l’energia giovanile che era ingrediente fondamentale di “Sugo”, album che mi portò al successo».

Lo spirito ribelle rimane?

«Sono sempre alla ricerca di stimoli nuovi, sono molto curioso di quello che accade in ambito musicale e non solo. In questi giorni a Milano c’è il Salone del Mobile e il Fuori Salone e io cerco di seguire le novità. Mi piace il futuro. Ho preso da mio padre che se n’è andato a 94 anni ancora curioso di ogni novità. Credo sia una necessità, l’unico modo per affrontare la vita».

Le nuove tecnologie come le ha vissute?

«Con gioia. Ne ho visto le opportunità. Poi chiaramente i dischi non si vendono più ma i cambiamenti mi hanno dato la possibilità di crescere ed evolvermi. Dal 2000 mi sono liberato dalla prigione dei cantautori, la condanna privilegiata di dovere ripetere se stessi all’infinito. Ho fatto un disco di fado portoghese, di blues, di musica contemporanea che mi ha portato perfino a salire il palco della Scala. Ho spostato i miei orizzonti, li ho allargati, ho fatto in modo che nella mia vita artistica entrassero tante cose in più. I nuovi media mi hanno permesso di pubblicizzare queste cose che a livello commerciale sarebbero state incomprensibili».

Il suo è un percorso coerente. Ha fatto delle rinunce?

«Il diversificarsi si paga a livello commerciale, economico. Il successo di massa ti arriva quando resti sempre uguale, anche a livello di immagine ci sono dei colleghi che anche visivamente sono identici da 30, 40 anni. Invece io ho accettato il passaggio del tempo, non mi tingo i capelli e canto anche le mie canzoni attuali che sono di un sessantenne. Uscire dagli schemi comporta una rinuncia. Se avessi avuto più soldi cosa ne avrei fatto? Li avrei spesi per fare quello che ho fatto comunque: essere libero».

“La Storia di Franco” nel suo ultimo album a cosa è ispirata?

«Ho una figlia di 33 anni con la sindrome di Down che vive in una casa famiglia per sua scelta e spesso mi vedo con lei a pranzo in un ristorante dove si va a mezzogiorno. All’uscita c’era quest’uomo, sui 50 che chiedeva l’elemosina. Si vedeva che era un po’ sconnesso mentalmente. Quando passai davanti a lui, mi chiamò. La faccia non mi era nuova. Mi disse “ma non mi riconosci?”. Negli anni Ottanta, gli anni d’oro della discografia, portava in giro gli artisti, soprattutto quelli stranieri, in radio, in tv, condivideva con loro gli hotel di lusso. Mi raccontò che la moglie l’aveva lasciato e aveva perso tutto con la crisi della discografia. Mi ha colpito che mi disse di non vedere sua figlia da quattro anni. Da lì è nata la canzone che è ispirata da quell’incontro, ho provato ad immaginare una storia. Ci sono tanti uomini sconfitti in questo momento storico che non sono riusciti ad adattarsi. C’è un mio fan dell’Aquila che ha perso tutto con il terremoto, ci sono persone che dopo un trauma non riescono a riprendersi».

Nuove uscite?

«Sto lavorando ad una ristampa dei dischi degli anni Settanta, sto raccogliendo materiale iconografico, fotografie, articoli. Mi viene voglia di organizzare il passato, metterlo in ordine, portarlo nel presente. Non per nostalgia ma perché è giusto documentare. Il lavoro del cantautore è un lavoro di testimonianza».

Elisa Russo, Il Piccolo 23 Aprile 2016

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Elisa Russo

Elisa Russo

Si occupa di musica e spettacoli su stampa, radio, tv e web. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Spesso lavora in coppia con il fratello Ricky. The Russos hanno ideato, scritto e condotto il programma musicale “In Orbita”, in onda su Tv Capodistria (Slovenia) e su Radio Capodistria.
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