Posted on: 29 Giugno 2007 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

I Red Hot Chili Peppers incendiano lo Stadio Friuli quando salgono sul palco alle 22. Il campo è gremito di gente, così come le tribune: si parla di oltre 40mila presenze. Semplicemente spettacolare. Un’esplosione di luci, effetti, emozioni. È l’unica data italiana di una band planetaria, si respira qualcosa di magico che solo un grande evento e una sterminata folla può rendere possibile. Il concerto si apre con la consueta jam: Chad Smith alla batteria, Michael Balzary alias Flea (“pulce”) al basso e John Frusciante alla chitarra: tre musicisti incredibili, che sembrano ancora divertirsi sul palco dopo più di vent’anni assieme. Alla fine della jam si innesta «Can’t Stop», uno dei brani di punta del loro penultimo album «By The Way». Un intro che comincia piano piano per esplodere nel basso slappato di Flea, il pubblico va in visibilio e si lancia nelle danze più sfrenate. Pezzo recente ma che ci riporta ai Red Hot più graffianti e adrenalinici. Kiedis rappa con convinzione: «Il mondo che amo/ le lacrime che verso/ per essere parte/ dell’onda non riesco a fermarle/ chissà mai se saranno tutte per te». Il brano è anche un inno alle virtù della terapia ozonica, un gas che purifica da virus e batteri, medicina all’avanguardia a cui Kiedis si sarebbe convertito negli ultimi anni. Nonostante la vita di eccessi e i 45 anni di età è super in forma. Fisico asciutto e muscoloso da surfista californiano («Christ I’m a sidewinder I’m a California King» come si autoproclama in «Parallel Universe» che è eseguita tra i primi pezzi), addominali scolpiti e i suoi leggendari tatuaggi… è facile immaginarlo tra qualche decennio a sputare ancora l’anima sul palco come Iggy Pop, e a sedurre belle donne con estrema facilità. Anche Flea, il piccoletto che suona il basso in maniera unica al mondo, ha ancora un fisico sportivo e si muove come un ossesso. Dietro alla batteria la montagna umana di Detroit, Chad Smith pesta duro: è una centrale elettrica umana, picchia i tamburi come se qualcuno gli avesse insultato la madre. Il fisico che ha risentito di più del tempo passato è sicuramente quello di John Frusciante, che è vivo per miracolo, visti gli anni di desolazione che seguirono la sua dipartita dalla band dopo l’uscita di «Blood Sugar Sex Magik». Ha sostituito i denti lasciati completamente marcire e spesso indossa le maniche lunghe per nascondere le braccia martoriate da bruciature e ascessi. Commuove vedere sul palco un sopravvissuto, un uomo così fragile che ha saputo toccare il fondo e poi ripartire e rimettersi in gioco. Oggi è il cardine dei Peppers, con le sue melodie e con la sua incredibile prolificità: ha un’estrema creatività e velocità nel comporre ed è una macchina da riff. Sul palco è quello più defilato, quello che sembra più concentrato sul suo strumento. Frusciante ha insegnato a Kiedis la melodia, prima si limitava a sbraitare e rappare. Di certo non è un cantante particolarmente dotato, ma è migliorato negli anni. Ha sempre avuto problemi ad eseguire dal vivo la maestosa«Under The Bridge», uno dei brani più riusciti dei rhcp, terzo brano in scaletta. Qualche piccola imperfezione della voce e stonatura c’è, ma è quasi un marchio di fabbrica della band ed i cori quasi lo coprono. Kiedis si è sempre definito un animale da palco, non un cantante e a Udine ne dà conferma. I suoi testi molto spesso parlano di Los Angeles: «Crescere a Hollywood è un’esperienza molto intensa perché lì succedono tante cose, c’è tanta bellezza e tanta tragedia allo stesso tempo, e gli stimoli che ti arrivano sono fenomenali». Sappiamo che quando il direttore di palco li chiama in scena, i quattro amici di lunga data e fratelli di musica si stringono in cerchio. È un rito che si perpetua dai primi giorni della band: formano un circolo, si stringono le mani e roteano le braccia, incitandosi reciprocamente a dare il massimo, momento immortalato anche in una foto inserita in «Californication». Sicuramente ieri sera a Udine non si sono sottratti al loro rituale. Hanno iniziato come amici, sono stati divisi dalla droga e dall’egoismo e hanno trovato una via di salvezza nella musica. La band è l’unico legame solido della loro vita: si vede da come suonano. Nonostante il successo e i grandi numeri, mantengono autenticità e genuinità di fondo, per questo meritano rispetto. La scaletta del concerto, come era prevedibile, include diversi pezzi di punta di «Stadium Arcadium», il loro ultimo doppio cd. Anzitutto «Dani California», un brano dal ritornello che si appiccica come chewing-gum. Non solo una canzone adatta ai massicci passaggi radiofonici, ma anche perfetta per la versione live, furba quanto irresistibile: non può che conquistare una vasta audience. E poi ancora «Snow ((Hey Oh))» che a gennaio ha raggiunto il primo posto della Modern Rock Tracks. I Chili Peppers hanno ricevuto anche quattro Grammy Awards su sei nomine ricevute: miglior album rock, miglior canzone rock, miglior produzione rock da un duo o gruppo, miglior edizione speciale per un album. Insieme a loro, Rick Rubin è stato premiato come produttore dell’anno. Inoltre il gruppo ha vinto agli American Music Awards miglior gruppo, miglior artista alternativo) e agli MTV Europe Music Awards (miglior album). Particolarmente riuscita, dall’ultimo album è «21st century» e ancora «So much I». I bis partono con un assolo di batteria, poi un assolo di tromba di Flea e una lentissima “I could have lied”. La serata è stata aperta dal Wu-Tang Clan, uno dei gruppi più rilevanti nella storia dell’hip hop. La crew di New York, che pubblicherà presto il nuovo album, «8 Diagrams» e ha appena concluso un tour americano con i Rage Against The Machine, ha proposto un set piuttosto duro. Non dimentichiamo che i Peppers sono nati da un incontro tra il funk sporco, il punk losangelino e l’hip hop newyorkese: la scelta dei supporter non è affatto casuale.

 

Elisa Russo, Il Piccolo 29 Giugno 2007