Posted on: 21 Marzo 2017 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Quasi tutte sold out le date del nuovo tour dei Baustelle, “L’amore e la violenza”: sono terminati rapidamente anche i biglietti per la tappa regionale che si terrà a Tolmezzo, mercoledì 29 marzo, al Teatro Candoni (anteprima Musicarnia di Euritmica).

Il gruppo di Francesco Bianconi (voce, chitarre, tastiere), Claudio Brasini (chitarre) e Rachele Bastreghi (voce, tastiere, percussioni) sta riempiendo i teatri più prestigiosi della penisola, ai tre si uniscono sul palco Ettore Bianconi (elettronica e tastiere), Sebastiano De Gennaro (percussioni), Alessandro Maiorino (basso), Diego Palazzo (tastiere) e Andrea Faccioli (chitarre). Il nuovo concerto è suddiviso in due parti: nella prima viene presentato integralmente “L’amore e la violenza”, il nuovo album (settimo lavoro della loro carriera) uscito a gennaio per Warner Music Italia, mentre la seconda parte è un viaggio elettrizzante nel repertorio della band in cui vengono riproposti diversi classici tratti dai sette album di studio oltre ad alcune canzoni a sorpresa.

Bianconi, quale fase del suo lavoro è più pesante? La chiusura del disco o quello che viene dopo?

«Il momento della promozione e delle prove (non tanto i concerti). La parte creativa per me è più facile».

Il tour toccherà Tolmezzo il 29 marzo. Trieste mai?

«Io verrei a suonare ovunque, purtroppo non dipende da me ma da chi organizza. Non ce l’ho di certo con Trieste, una città bellissima, speriamo di passare anche di lì».

Nell’ultimo album cita anche la bora…

«Nella canzone “Ragazzina” c’è un elenco di una serie di incidenti che possono capitare nel mondo, è dedicata a mia figlia, le dico: nonostante il mondo ti mandi la bora, la vipera che ti farà inciampare, tu continui ad abbracciarla e poi non la lasci più. È un modo di raccontare la purezza dei bambini».

Che live proponete?

«Sarà un concerto un po’ più divertente, un po’ più “montagne russe” rispetto allo show di “Fantasma” che era più austero e imponente».

Avevate suonato alla Fiera della Musica di Azzano Decimo nel 2010, in cartellone con Iggy Pop. Lui per fortuna c’è ancora.

«Si mantiene bene, e soprattutto continua a fare dischi belli».

Tra le rockstar che ci hanno lasciati in tempi recenti quali sono state le più traumatiche per lei?

«David Bowie e Leonard Cohen sono stati due duri colpi, entrambi due grandi fonti d’ispirazione per me».

Come si conciliano l’amore e la violenza?

«Riferiti al tempo in cui viviamo mi sembrano sempre più inscindibili, mi riferisco al momento che sta attraversando l’Occidente, con una nuova guerra che non si fa più al fronte ma che entra nel privato, come se invadesse la sfera intima. Tutto può esplodere anche dentro casa. Questa è la parte più negativa. Poi c’è la mia visione in cui l’amore e la violenza sono in opposizione ma neanche tanto, nel senso che l’amore non è un mare calmo ma leggermente increspato, una visione un po’ romantica – sturm und drang, la mia».

Nei Baustelle ci sono due livelli di lettura, canzoni fruibili (“oscenamente pop” per sua definizione) e orecchiabili, ma poi dei testi molto densi, messaggi non così leggeri… eppure il pubblico che vi segue è vasto.

«Fa ben sperare. Io ho sempre pensato che la gente non sia stupida, va un po’ abituata. Se la si abitua ad ascoltare una proposta omologata il gusto si impigrisce, si adagia su ciò che è rassicurante. Secondo me la musica pop può essere non rassicurante, mi piace pensarla come un territorio in cui si può anche fare della sperimentazione.

Mi piace stare fuori dai dibattiti, fare le cose con sincerità. Poi i Baustelle danno la loro versione su ciò che può essere una canzone pop».

Bobo Rondelli ha detto che non legge le recensioni, perché se sono belle si monta la testa e se sono brutte si deprime.

«È così. Ogni tanto le leggo, mi fa anche piacere, ma bisognerebbe essere al di sopra perché un po’ ti dispiaci, i dischi si fanno con cura, ci si mette tanto impegno, è un lavoro che dura tanto tempo e poi uno si legge un giudizio che in poche righe stronca tutto e fa male. Quindi anch’io tendo a non leggerle tutte, ma soprattutto tendo a non interessarmi dell’altra parte cioè i social, dove tutti sono giudici, tutti sono recensori.

Internet: è il mezzo che fa il messaggio, c’è la protezione del non essere responsabili di ciò che si scrive. Almeno un giornalista ci mette la firma e se scrive stupidaggini magari viene licenziato. In rete non ci si mette la faccia, è come insultare al bar indossando un passamontagna».

 

 

Elisa Russo, Il Piccolo 17 Marzo 2017

Il Piccolo 17 marzo 2017