«Noi siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza».

 

Claudio Misculin era bellissimo.
Imponente.

Uno sguardo insostenibile.

M’incuteva reverenza.

Una punta di timore.

Rispetto.

Ammirazione infinita.

 

12006633_1639245286363642_5217679722614909024_oEstate 2019.

 

L’ultima volta che l’ho visto era quest’estate, ero seduta su una panchina vicino al Posto delle Fragole. Credo che il battito del mio cuore si sia fatto veloce veloce. Mi faceva sempre questo effetto. Come se tu fossi lì tranquilla e ad un tratto passa Jimi Hendrix o Kurt Cobain. Oddio! Tum tum tum.

Fu così dalla prima volta che lo vidi.

Sono risalita alla data con una certa precisione.

 

Venerdì 24 aprile 1992.

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Quindi avevo 15 anni; lui 38 (oddio, molti meno di quanti ne ho io adesso… eppure io lo ricordo sempre così, come nel 1-9-9-2).

Lo spettacolo che teneva al Teatro Miela si chiamava “Borderline”, avevo cominciato a frequentare Radio Fragola e fu lo stesso amico che mi fece conoscere i Ritmo Tribale e tanta altra musica, e tanto altro mondo a parlarmi di Misculin come di un mito totale.

IMG_1137Sfoglio la Smemoranda 1992, ho incollato una foto di Misculin con la camicia di forza e quei suoi occhi, ritagliata dal quotidiano locale. «Dato un rapporto ormai malato non esistono più colpevoli o innocenti ma solo corresponsabili», ho scritto a pennarello su quella pagina di diario. Se oggi è una parola di uso comune, quasi di moda, allora era la prima volta che mi avvicinavo al concetto di “borderline” con cui sarei entrata abbastanza in confidenza devo dire. “El mato, el mona, el drogà, xe la storia de tre fradei sai dirocai… ma el vero problema xe el pare”, ho annotato, probabilmente copiando dal volantino dello spettacolo. «Mostri non si nasce. A mostri si viene allevati, giorno dopo giorno genitori allevano e creano dei mostri. E cosa fanno per i loro figli, ridotti a niente, ridotti a fallimenti? Li portano da un medico, da uno psicologo o peggio uno psichiatra, in un centro, un ospedale, una comunità. E loro, i ragazzi cosa chiedono ai medici? Pastiglie, farmaci, parole, la cura… stare meglio, ecco cosa si vuole».

Il teatro non era e non è il mio campo, ma quello che vidi su quel palco era punk, era rock’n’roll era un linguaggio che ho sempre avuto nel dna.

Mi cambiò la vita, come un concerto. Come la musica che scoprivo in quegli anni.

Claudio urlava, si tagliava come Iggy Pop, si denudava, sudava, sanguinava, cristoddio, dava tutto su quel palco. Il Velemir Teatro, così si chiamava (poco dopo giunse l’Accademia della Follia), gli spettacoli erano organizzati da Radio Fragola, ne vidi alcuni al Miela e altri all’Opp in quegli anni (ne ricordo uno fighissimo tipo “Lui, ela el can”) che mi forgiarono, mi segnarono come poco altro. A quello accompagnai un certo “impegno politico” e un percorso di scoperta che mi portò poi a diplomarmi con una tesina su Basaglia, al tempo pensavo che il mio percorso lavorativo sarebbe stato in quell’ambito. Poi scelsi la musica, che in fondo non è così distante.

 

 

12011130_1639238636364307_3539251786117911079_nChi era Claudio Misculin?

 

Al di là dei miei ricordi personali, molto di pancia, mi affido a una bellissima intervista che gli fece Milena Gabanelli vent’anni fa in una puntata di Report a lui dedicata.

Chi sei?

«Mi definisco come matto. Sono matto per scelta. Sono stato accolto nel manicomio di Trieste dopo qualche anno di sbandamento. Ho cominciato a sbandare a 18, verso i 22-23 ero ancora mezzo in coma. Cocaina, eroina, otto volte i fascisti mi hanno rotto il setto nasale con trauma cranico, due volte in coma. Non ero una persona tranquilla, una terza linea di rugby con un certo – quella volta – fisico e con una dose – non so perché – di cattiveria… ma mia, non era colpa di Andreotti e neanche di Berlinguer. Avevo questo fisico in dotazione e combinavo danni a destra e a sinistra».

Come è successo che hai deciso di entrare in un manicomio?

«Perché ero in crisi, ero matto ma mica mona. Cercavo una soluzione ai miei problemi e lì l’ho trovata. La medicina, il letto per dormire, il ricovero non mancano a Trieste, li ho trovati. Ma ho trovato soprattutto il teatro che voleva il caso fosse l’arma terapeutica perfetta per un Misculin. Un teatro informale fatto di un pezzo di legno, 21199735_1968602736761227_1398568174632757667_oun palco, un infermiere che dice “proviamo a fare, dai”, un dottore – Dell’Acqua che passa con un copione… Una cosa estremamente informale per potermi “salvare” (usiamo ste parole che andiamo più veloci). Intanto ho messo la testa fuori dalla melma».

E poi hai cominciato a fare teatro con i pazzi. Comunicare con il matto non è facile però.

«Per me sì, è estremamente facile. Il matto dice sempre la verità, è una sua negatività. Il matto è trasparente, il normale parla attraverso delle bugie, non può dire la verità se la dice si scopre “ma siamo matti?!”. Il matto al primo incontro ti dà le sue costanti, le coordinate della sua regia e lì si scopre e lì è matto. Il normale ha una serie di mediazioni, una cultura, un certo tipo di approccio. Per cui io, per carattere e per un certo tipo di esperienze, dopo aver vissuto tanti anni in un certo ambito comunicativo adesso mi trovo più comodo in quell’ambito lì. Ancora oggi io comunico meglio con un pazzo».

 

 

In altre interviste varie:

 

12002623_1639240466364124_8738649590682618236_o«Viva Basaglia! La libertà è terapeutica! Ma dipende molto da chi guida la macchina, è importante che sia fatta bene, sia sofisticata ma io preferisco un Niki Lauda alla guida di una moto o anche di una bicicletta piuttosto che un vecchio semiceco semisordo tutto mona alla guida di una Maserati. La legge è un pezzo di carta. Il Basaglia ha fatto una grande stronzata: è morto. Prematuramente. In pochi mesi ci ha lasciati senza guida».

[Mi viene da pensare che anche Misculin ha fatto la stronzata di morire, lasciando L’Accademia della Follia senza la sua guida. Ma lui ha raccomandato: ‘ndè avanti senza de mi].

«L’arte è un’apertura permanente che non si può vivere senza l’accettazione lucida e deliberata del rischio. La follia è quella dose di rischio che tu metti nella vita. Quel salto nel vuoto che in quel momento non sai dove ti porta. La follia è l’incognita che mettiamo nell’equazione teatrale e esistenziale». (intervista di Martina Seleni)

12002876_1639238199697684_2189814765717571684_n«La follia è un aspetto della vita a cui se si rinuncia ci si autoseppellisce in parte. La normalità cosiddetta fa cose di cui mi vergogno. L’umanità ha preso sta strada e io non sono d’accordo. Son matto».

«La follia fa paura perché rompe le scatole. Insomma, i matti puzzano, rompono i coglioni, urlano, si dimenano oppure stan fermi come statue. Il matto, essendo una cosa buona, fa male come la nutella. Molto spesso ha un’energia, un’elettricità superiore alla norma, 5 minuti, per ridere ok, ma dopo diventa una comunicazione molto difficile e chi fa lo sforzo? Ci vuole molta “violenza” per poter reggere un grosso sforzo».

 

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«Il teatro non è stato di tipo istituzionale, non ho fatto l’accademia, il Dams, purtroppo, ho fatto la galera, il manicomio, altre esperienze traumatico laceranti».

«Ho provato l’università perché volevo fare il medico. Due anni, ma non ho combinato niente. A vent’anni perdevo colpi perché avevo subito dei piccoli traumi. Mi sono fatto un anno di galera. Avevo fondato una comune in una Trieste che era un centro fascista notevole. Ero innocente. 19 anni, di buona famiglia… il giudice è stato poi radiato, distribuiva gli anni in base alle sue credenze politiche. Io ho sempre fatto il pagliaccio, mi si notava e quindi in galera… un po’ eccessivo. Ho avuto un crack. Ma come utente non mi hanno voluto, sono entrato in manicomio dalla porta di servizio. Sono passati 40 anni da allora».

«In questo momento le patologie s’inventano. C’è una moda che permette a tanta gente che soffre per soldi, casa, maschio/femmina che mancano… e dalla disperazione bleffare sulla follia è sacrosanto, non lo critico. C’è un sistema che produce malessere». (intervista TeleUnica)

«A 65 anni credo a ben poche cose. Credo a una delle prime cose che mi ha insegnato mio padre: “non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te”. Non credo ci sia un posto per me lassù, forse perché peso troppo. Io non credo più un granché però mi muovo sul palco facendo e dicendo le cose che penso da quando avevo vent’anni, perché mi fido delle scelte precise che ho fatto allora, adesso son vecchio e smarronato… Le idee non vai a prenderle al supermercato. Se ce ne hai una deve bastarti per tutta la vita».

 

 

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12006648_1639239166364254_1083768496968684573_oSabato 28 settembre 2019 salutiamo CLAUDIO MISCULIN: artista eccezionale, attore straordinario, regista, autore, film e videomaker, anima 12036589_1639238206364350_3579683858695485698_ngeniale e fondante dell’ACCADEMIA DELLA FOLLIA.
CLAUDIO per decenni ha messo sé stesso, il suo corpo-voce, il suo Teatro, la sua vita al servizio della rivoluzione basagliana dentro a un’esperienza autentica di relazioni potenti. Coinvolto e coinvolgente, come solo un artista può essere, in tempi in cui quasi tutti si ritraggono, si salvaguardano e recitano laddove non ci sia alcun prezzo da pagare, Claudio è riuscito a rendere vero/simili cose che non lo sono quasi mai. Ha saputo mettere in scena tutto ciò che riguarda la follia, le storie autentiche dei suoi “matti di mestiere e attori per vocazione” in un rapporto diretto senza mediazioni portando tutti, compresi noi ‘normaloidi qualunque’, fuori dagli schemi e dagli stereotipi.

Dal 1976 aveva iniziato il suo percorso artistico legato alla riforma Basagliana e all’emancipazione sociale delle persone affette da disturbo mentale e dei più fragili in generale. Nel 1992 fondò l’Accademia della Follia con la quale ha proposto in tutta Italia il suo concetto creativo rivoluzionario. Un’attività che nel 2010 gli valse la Medaglia al merito del presidente della Repubblica nel campo delle Arti, della Cultura e dello Spettacolo.

Lavorò come regista, ad esempio dirigendo Stravaganza, di Dacia Maraini e nel 2010 partecipò con la sua compagnia al festival Internazionale a Ferrara dove portò sia in scena sia in corso Martiri della Libertà, davanti alle persone che attendevano di entrare al teatro Comunale, un’anteprima di un lavoro su Alda Merini.

 

«Perché l’umanità ha ancora bisogno di cento, mille palcoscenici per far capire che diversità, malattia, solitudine, poesia, non appartengono solo a categorie specifiche di persone, ma sono patrimonio di tutti

Perché, dal di dentro, noi sì, noi lo sappiamo: la follia appartiene alla normalità, non ne è affatto la negazione»

 

Saluteremo Claudio sabato 28 settembre in due momenti:

dalle ore 10.00 alle ore 12.50 presso la Sala Azzurra del Cimitero di Sant’Anna.

E dalle ore 15.00 video, musica, mostra di materiali dell’Accademia della Follia presso la Sala Ugo Guarino del Parco di San Giovanni, di fronte al roseto.

Alle ore 16.00 ci sposteremo al Teatrino Franca e Franco Basaglia, sempre nel Parcodi San Giovanni per il Saluto “spettacolare” dei matt-attori vecchi e nuovi, a cura dell’Accademia della Follia.

Siete tutti invitati!

Claudio ha detto al suo gruppo: “Ndé avanti”.

Non fiori! Vi invitiamo a sostenere il progetto a cui Claudio ha creduto da sempre, l’Accademia della Follia”, presso l’IBAN: IT39T0548402201CC0741000494

 

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Ciao Claudio! E Grazie.

Claudio Misculin, Trieste 14.02.1954 – Trieste 20.09.2019

Elisa Russo

Elisa Russo

Si occupa di musica e spettacoli su stampa, radio, tv e web. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Spesso lavora in coppia con il fratello Ricky. The Russos hanno ideato, scritto e condotto il programma musicale “In Orbita”, in onda su Tv Capodistria (Slovenia) e su Radio Capodistria.
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