Posted on: 18 Gennaio 2009 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Per i piemontesi Marlene Kuntz, dopo i tour d’impronta rock, è tempo di portare nei teatri uno spettacolo diverso, più raccolto, che richiede una maggiore concentrazione. Tappa al Teatro Pasolini di Cervignano del Friuli, lunedì. Insieme a Cristiano Godano, Luca Bergia e Riccardo Tesio, saliranno sul palco Davide Arneodo(tastiere, violino e percussioni) e Luca Lagash Saporiti (basso). «Uno»: «Esiste solo un numero vero: Uno. E l’amore, a quanto pare, è l’esponente migliore di questa unicità». Si presentava con questa citazione di Vladimir Nabokov il settimo album dei Marlene. Una disco impegnativo per questa rock band in pista dai primi anni ’90, con ospiti quali Paolo Conte e Greg Cohen, il contrabbassista di Tom Waits. Per ogni canzone all’interno del booklet, una frase, una riflessione, uno spunto scritte da: Carlo Lucarelli, Stefano Benni, Tiziano Scarpa, Marco Lodoli, Enrico Brizzi, Gianmaria Testa, Marco Bosonetto, Babsy Jones, Emidio Clementi.

Che tipo di spettacolo vedremo al Teatro Pasolini?

«È uno spettacolo pertinente ad uno spettacolo teatrale, quindi vengono proposte quelle canzoni del nostro repertorio che non fanno saltare per aria le persone che stanno sedute ad ascoltare le canzoni in maniera concentrata, attenta ma non per questo meno tesa o meno appassionata. Quindi una performance giocata su altri registri, che non sono quelli dell’aggressività e dell’elettricità ma su registri che prevedono una forte intensità: senza di quella non credo che sarebbe un buon concerto. Invece credo proprio che lo sia, anche dalle reazioni della gente. Mette in scaletta i pezzi più intimi e riservati del nostro repertorio».

C’è un “Best of” in uscita il 23 gennaio…

«Frutto di una scelta che come criterio ha il nostro semplice gusto (assieme a quello della casa discografica e del nostro manager) ci siamo messi assieme a cercare di venirne fuori. Se fossimo stati noi tre Marlene da soli a dover scegliere i pezzi più rappresentativi, non ne saremmo mai venuti fuori. Non perché staremmo litigando ma perché saremmo stati in difficoltà sui pezzi da scegliere e su quelli da lasciare fuori. Il criterio è stato il gradimento soggettivo e abbiamo cercato di essere il più democratici possibile. Cosa che facciamo anche nei concerti: cerchiamo di pescare da tutti i nostri dischi. Non abbiamo scelto i pezzi in funzione al loro effettivo successo. Abbiamo lasciato fuori anche qualche singolo. Quindi ci siamo rivelati un gruppo che cerca di non soggiacere alle regole non scritte dello show business».

Mai le scelte più facili…

«In un certo senso sì! Ci complichiamo sempre un po’la vita…».

Ma è forse anche il vostro punto di forza, che vi ha portati a stupire e ad essere molto amati dalle persone che vi seguono con affetto…

Quando esce una raccolta si fa un po’ un bilancio, tu come vedi questi anni, guardandoti indietro?

«È innegabile che siamo orgogliosi di quello che siamo riusciti a fare» (cade la linea e Cristiano continua a parlare…) Riprendiamo: «Dove si è interrotta la comunicazione? Ho detto un sacco di cose a vuoto, non mi sono accorto che non c’eri più!!!… Dicevo che nel bilancio della carriera non posso non essere dispiaciuto del fatto che un sacco di gente non ha voluto capire quello che stavamo facendo, che dal mio punto di vista era sempre all’insegna dell’impegno, della generosità intellettuale, del tentativo di fare quello che dovrebbe sempre fare un artista e cioè superarsi ogni volta e credo che questo noi l’abbiamo sempre fatto e molti non hanno colto, accusando i Marlene di non essere più quelli di una volta e bla bla bla… Ma in realtà il nostro ultimo disco è stato accolto anche più bene di quello che ci aspettavamo. Quando l’abbiamo realizzato e ci siamo resi conto di dove stavamo andando, con piena consapevolezza, piena voglia di andare dove stavamo andando sapevamo che ancora più di altre volte molta gente non avrebbe capito, ci avrebbe accusati e invece molta gente ha apprezzato, molta gente sta capendo cosa ci passa per la testa volta dopo volta, capisce che quello che facciamo è sempre di un certo spessore, di un certo livello, di energia e qualità».

Pensi ci sia anche un ricambio di pubblico?

«Il fan è un patrimonio di ogni gruppo. A volte il fan abbandona, perché non riesce a capire cosa fa un gruppo, o il gruppo non è più quello che si aspetta… Ma infondo anche se un gruppo facesse sempre la stessa cosa credo che ci sarebbero ancora più defezioni perché si accuserebbe il gruppo di non cambiare mai. Forse ogni volta che torniamo in tour con un disco nuovo, nei club rock, sotto il palco le facce sono sempre giovani e quindi non è che non stanno invecchiando i nostri fans, semplicemente si rinnovano! È una cosa estremamente bella per noi, che ormai siamo dei 42enni (io lo sono, gli altri ne hanno 40, 41). Saper parlare anche ai giovani, nonostante che la nostra musica non è assolutamente ruffiana e non ammicca al pubblico giovane, per me è sinonimo della qualità di cui parlavamo prima. Un sacco di gente è disposta a riconoscerla».

Ma forse un po’ si resta giovani ascoltando i MK!

«Questa è una tua impressione che mi piace tanto sentirti dire, te la lascio dire volentieri! E mi fa piacere se è così, ti ringrazio».

Parliamo di collaborazioni… Paolo Conte

«Noi lo cercammo per chiedergli una collaborazione in qualità di scrittore. Come probabilmente sai, nel nostro ultimo disco abbiamo ospitato alcuni scrittori, nel libretto interno, che regalassero un’estensione in prosa dei testi, a livello di suggestione. Quando abbiamo chiamato Paolo Conte, sono andato a trovarlo (già l’avevo incontrato in altre occasioni) già sapevo che il nostro gruppo lo incuriosisce e penso di poter dire che lo rispetta. Lui mi richiamò rilanciando e mi disse: “e se invece di scrivere metto alcune note di pianoforte?”. Io rimasi sinceramente stupefatto e da cosa nacque cosa. Dopo le note gli dissi: a questo punto se ti va di metterci anche due parole… Conte è un grande della musica italiana, si sa che lo stimo molto, adoro la sua cifra stilistica che è imparagonabile. All’estero Paolo Conte è Paolo Conte. Un personaggio da venerare, in Italia non sono ancora così sicuro che ci si renda conto della sua grandezza artistica. È chiaro che molti se ne rendono conto ma non è un patrimonio tutelato dalla massa. Dalle sue parti, ad Asti è anche un po’incompreso, cosa francamente assurda. Ma si sa che nessuno è profeta in patria».

E Skin?

«Fu tramite la nostra etichetta che entrammo in contatto con lei, ma non fu un’idea prevaricatrice, non c’imposero nulla. Semplicemente individuarono in quel pezzo la possibilità di un duetto con una cantante che aveva dimostrato curiosità per noi. Quindi grazie all’etichetta la cosa fu semplice da ottenere. Siamo persone molto curiose, eravamo consapevoli che avremmo potuto creare qualche sconcerto nei nostri fans. Poi lei è diventata amica dei Marlene, ci rispettiamo molto a vicenda. Nel suo ultimo disco solista ci chiamò a suonare».

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L’incontro con Nick Cave diede vita ad una bellissima intervista (e copertina) su Rumore (marzo 2008)?
«Grazie! Io avevo già conosciuto Nick Cave in altre occasioni. Quindi anche il privilegio di essere aiutato nella correzione dei testi che avevo tradotto in inglese e poi li ho fatti controllare a lui. È stato un momento da brivido. Alberto Campo di Rumore, che è un mio amico, mi propose questa cosa. Un articolo su Nick Cave che tagliasse un po’ la ritualità tipica di queste cose. Voleva uscire dallo schema, e ha chiesto a me, sapendo che sono un suo ammiratore speciale».

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Il tuo libro di racconti?
«Finalmente è uscito, sono molto elettrizzato, emozionato, eccitato. Ho lottato contro le difficoltà della narrativa in quanto arte con la A maiuscola. Difficoltà che temevo molto a livello teorico, di cui ero consapevole. Quando ho deciso di farlo sono andato incontro alle gioie e ai dolori di qualunque processo creativo. E ne sono uscito in qualche modo, quindi  ne sono felice».
So che di recente hai partecipato ad un seminario con Capossela e Beatrice Antolini…
«Più che un seminario era un incontro con il pubblico nel contesto del festival della letteratura che c’è qui a Cuneo, “Scrittori in Città” che sta crescendo sempre più, anno dopo anno. Sono stato chiamato a fare questo incontro, il moderatore era il batterista dei Perturbazione di Torino.
Avete abituato bene il vostro pubblico. Cambiare, sconcertare, sorprendere, reinventarsi … cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro?
«Mah, per non essere dei cliché di noi stessi, un giorno dovremmo iniziare ad essere sempre uguali! Potrebbe essere la nuova sorpresa, visto che la gente dà per scontato che noi cambiamo sempre! Aldilà delle ironie, non so cosa bisogna aspettarsi, bisogna augurarsi – in prima persona noi stessi – che ci sia sempre la nostra voglia, desiderio di volerci sorprendere e di voler dimostrare a chi è intorno a noi che siamo in grado di farlo. In maniera non gratuita, ma artistica. Finché c’è questo entusiasmo, che tutt’ora c’è, e io sento di essere in un progetto speciale per questo motivo, allora credo che la gente possa essere sicura delle garanzie di qualità di cui parlavo prima. Finché avremo voglia di affrontare ogni nuovo disco con la voglia di lavorarlo al massimo dei nostri sforzi senza consuetudine, senza fare le cose perché tanto vanno fatte allora sarà una gran cosa. Non è scontato. Perché dopo un po’ il logorio della vita anche artistica incombe, può essere latente, ma sono rari i percorsi artistici dove c’è la volontà di non lesinare sforzi, anche perché non è semplice essere sempre creativi, reinventarsi è molto difficile».

Elisa Russo, in parte su Il Piccolo 18 Gennaio 2009