Posted on: 17 Gennaio 2011 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

 


Prima puntata del 2011, dedicata a tutti quelli che non sono mai usciti dalla loro cameretta. Perché la cameretta è uno stato mentale. Rubrica, dunque, dedicata a «L’importanza di essere Morrissey» a cura di Paul A. Woods, Ventotto conversazioni con il leader degli Smiths (p 348 Isbn Edizioni).
Ovvero: Il re delle camerette Morrissey racconta Morrissey. Ventotto conversazioni, dal 1983 ai giorni nostri, ripercorrono la carriera e la vita privata del leader degli Smiths, il più famoso «charming man» della storia della musica. Una selezione di interviste che inquadrano da nuove angolazioni la sua figura, controversa e ironica, amata alla follia o odiata senza mezzi termini. Dalla passione per Oscar Wilde e James Dean all’immaginario ambiguo dei suoi testi, dai rapporti con il sesso e la politica alla lotta contro gli abusi sugli animali, in questo libro è racchiuso tutto l’Universo Morrissey: un interessante approfondimento sul cantante inglese e su una delle band più importanti degli ultimi trent’anni.
Paul A. Woods, giornalista e scrittore, ha curato libri su Quentin Tarantino, David Lynch, i fratelli Coen, Martin Scorsese, Peter Jackson e Tim Burton.
E per chi magari fosse nato senza cameretta e non lo sapesse: Morrissey dal 1982 al 1987 è stato il cantante degli Smiths. Dopo lo scioglimento del gruppo ha intrapreso la carriera solista, raggiungendo numerose volte la vetta delle classifiche musicali.

Scrive Woods nell’introduzione: «Vero artista pop, Morrissey esiste per esprimere e poetizzare quei sentimenti che il suo pubblico può soltanto provare. Se gli attacchi di malinconia descritti in molte interviste degli esordi lo hanno spinto sul ciglio dell’autodistruzione, le sue agrodolci cartoline liriche dall’orlo dell’abisso sono state un conforto per molti giovani animi disperati. Sia che consentissero un grado di immedesimazione tale da far restare aggrappato alla vita l’ascoltatore, sia che accompagnassero semplicemente il doloroso transito in questa valle di lacrime, le parole di Morrissey erano comunque importanti».
«Qualcuno ha adottato pedissequamente il suo dogma animalista, ma un osservatore attento potrà ravvisarvi l’emblema di una religiosità personale coltivata in luogo di un Dio assente, con il quale questo cattolico non praticante intrattiene un rapporto a intermittenza. Solitario al limite del solipsismo, capace di comunicare davvero con gli altri soltanto tramite i testi delle canzoni, il giovane Morrissey non ha mai accettato le condizioni poste dal mondo, mentre il Morrisey più anziano e più forte le rifiuta apertamente».
Sei innamorato?- chiede un intervistatore a M.
«Se dicessi di no sarebbe troppo desolante. È una necessità. Credo lo sia per tutti, altrimenti dove la prendi l’energia per andare avanti nella vita e cercare di ottenere risultati?».

Azzeccata una citazione di Oscar Wilde, de Profundis:
“Dietro la Gioia e il Riso può nascondersi magari un brutto temperamento, un temperamento aspro, duro, insensibile. Ma dietro il Dolore è sempre il Dolore. La Sofferenza, al contrario del Piacere, non reca mai maschere. (…) A volte il Dolore mi pare essere l’unica verità. Altre cose possono essere illusioni dell’occhio o del desiderio, fatte per accecare il primo e saziare il secondo, ma con il Dolore sono stati creati i mondi, e alla nascita d’una creatura umana come d’una stella presiede il dolore”.

Morrissey, la musica pop è banale?
«Come potrebbe? Le canzoni dominano la vita delle persone. La gente aspetta solo una voce, qualcuno che dica qualcosa. C’è tanta profondità nella musica degli Smiths che quando mi dicono “hai cantato quella canzone e ho pianto” non mi sorprendo. Lo capisco perfettamente, è successo anche a me. Ho comprato dei dischi che per me erano la Bibbia: pensi “questa persona mi capisce come nessun altro”. È come avere un amico inamovibile».

“Personalmente mi ritengo più cinico che romantico e apprezzo molto il valore del sarcasmo. Non sono un allegrone, uno di quelli che diventa l’anima della festa, e suppongo che l’etichetta di deprimente me la sia cercata io. Solo che non mi aspettavo una risposta così generosa! Comunque sia, contesto il fatto di essere l’Ambasciatore dell’Infelicità”.
“Sono ancora irretito da un certo fascino per il suicidio e la depressione più acuta. Dentro di me provo una quantità di emozioni che vanno sfruttate. Devo cantare di quello che è intrappolato in me”.

“Il ritegno è un atteggiamento rispettabile, ma è bello anche dimenticare ogni prudenza e buttarsi allo sbaraglio”.

“Sentivo che sarei stato totalmente accettato o universalmente disprezzato. In un certo senso, si sono verificate entrambe le cose. Spesso penso che mi prendano alla leggera in maniera insultante, oppure sul serio in modo imbarazzante, ossessivo, nevrotico. Ero ossessionato dalla fama e non vedevo nessuno nel cinema o nella musica del passato che mi assomigliasse. Perciò era piuttosto diverso vedere una nicchia di qualche genere. Così quando ho iniziato a fare dischi ho pensato, bè, invece di adottare le solite pose, dovrei essere più spontaneo. Per me il fatto stesso di fare dischi era completamente innaturale, perciò veramente era quello l’unico modo di essere. Innaturale. In un certo senso era la mia forma di ribellione, perché la ribellione in sé era diventata quasi una tradizione, sicuramente dopo il punk. Non volevo seguire passo passo quelle forme consolidate di apparenza e ribellione. Nel momento in cui ho cominciato a fare dischi avevo ventitrè anni, ero un ventitreenne vecchio e pensieroso, e sapevo che volevo fare certe cose. Ero molto determinato. E considerando i risultati che ho ottenuto, mi ritengo molto sottovalutato, tendenzialmente”.

Che tu attiri soltanto una valanga di adolescenti disorientati è solo un clichè inaridito?
“Oh sì. Si è ampliato ben oltre quello. All’inizio ero sconcertato quando scrivevano che le mie canzoni erano adolescenziali. Avevo ventiquattro, venticinque anni, perciò non erano adolescenziali, erano qualcosa di completamente nuovo, qualcosa che non era mai stato espresso prima. Non erano adolescenziali. Non era così semplice”.
“Credo che tutte queste cose come l’amore, il sesso, condividere la vita con qualcuno, siano veramente molto vaghe. Essere soli con se stessi può essere un’esperienza molto più intensa. Personalmente mi sono sempre sentito ingabbiato dalla sensazione di essere continuamente deluso dagli altri. Sotto ad un certo aspetto provo delle cose che plausibilmente sono meglio e più importanti delle situazioni sessuali. Voglio dire, il sesso presumibilmente è il punto finale a cui si giunge, non so. Per me non ha importanza. Tutte le emozioni che ho bisogno di esprimere vengono dall’interno, non vengono da altri. Mi sembra di provare dei sentimenti assai più intensi e definiti rispetto a chi esprime un guazzabuglio di emozioni e sopravvive, a malapena, a un mucchio di relazioni. Vedo tutte le situazioni, anche quando non sono coinvolto e non hanno nulla a che fare con me, in modo molto drammatico”.

“Anche se esci con l’obiettivo di incontrare persone e divertirti, non è così facile quando l’altro presumibilmente sa tutto di te a livello intimo e professionale, mentre tu non sai niente di quella persona. E quella persona sembra avere forti opinioni su di te e sulla tua vita. Quella persona ti sta addosso, la situazione è molto squilibrata. A volte penso che i musicisti possano avere come amici solo altri musicisti, ma poi c’è questa strana gelosia, questa strana atmosfera di competizione che si insinua”.
“Non sopporto gli idioti. Se qualcuno mi delude e mi contraddice, se telefono e non mi rispondono, bè, tanti saluti, il ponte levatoio si alza”.

“Vista la concorrenza, è facile fare bella figura… o almeno brillare di luce propria. La stampa rock attualmente è obbligata a creare dei personaggi da un noioso branco di nuovi gruppi o artisti. Io non ci casco”.
Che cosa ha significato per te il suicidio di Kurt Cobain?
“Ho provato tristezza e invidia. Lui ha avuto il coraggio di farlo. Ammiro le persone che si autodistruggono e non è la prima volta che faccio un commento del genere. Assumono il controllo. Rifiutano di continuare a convivere con l’infelicità, e questo dimostra una tremenda determinazione. Deve essere terrificante sedersi, guardare l’orologio e pensare “tra mezz’ora non ci sarò più”. Pensare che si intraprenderà quel viaggio nell’ignoto. La vita moderna è molto stressante. Siamo tutti sull’orlo dell’isteria. In giro c’è gente che ti spara in faccia perché ti sei dimenticato di mettere la freccia”.
«Preferirei mangiarmi i testicoli piuttosto che riformare gli Smiths, e questo è tutto dire, per un vegetariano.
(…) certo che canto le (loro) canzoni, e continuerò a cantarle. Reggono alla prova del tempo. I gusti sono cambiati, quello che all’epoca sembrava marginale adesso è molto più accettato, le canzoni funzionano ancora oggi perché non sono state scritte solo per essere ascoltate allora. Gli Smiths erano nelle classifiche pop ma erano anche in anticipo sui tempi e questo era un po’ anomalo».