Posted on: 27 Febbraio 2011 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

 Oggi vi segnalo un libro assai divertente, nonché ben scritto: «L’ultimo disco dei Mohicani – Tutto quello che esiste ma che non potete credere che esista nel mondo della musica rock e dei suoi seguaci (più o meno) appassionati» di Maurizio Blatto (Castelvecchi). Backdoor, Torino: siamo aperti. A cosa? Grossomodo a tutto. E a tutti. In particolar modo a quelli che davvero non pensavate potessero esistere. E invece esistono, sono il variopinto circo di clienti – più o meno occasionali, più o meno appassionati, più o meno folli – di uno storico negozio di dischi specializzato in vinile e intento a vivere l’amore per la musica dall’altra parte della barricata: un luogo talmente vero e talmente incredibile da essere più pop di un coretto dei Beach Boys. Ecco, allora, sfilare il piastrellista devoto al funky e alle donne di colore, l’audiofilo sorpreso dalla moglie con uno stereo in un appartamento affittato di nascosto e l’uomo che ha inventato i Massive Attack. Per non parlare dell’immigrato slavo che voleva morire sotto la sezione reggae, dell’indomabile Sentimentalista o del fan degli Alarm con documenti compromettenti per la FIAT…gente strana?
Se la pensate così, non vi siete mai trovati di fronte a quei clienti che, incerti su cosa comprare, hanno chiesto: “Ma Che Guevara ha fatto più niente?”.

Chiunque abbia frequentato assiduamente un negozio di dischi, di stramberie e freaks ne ha visti a pacchi. Quando li frequentavo, mi sono sempre chiesta come mai le donne maniache del disco fossero praticamente inesistenti. Come se fosse una malattia esclusivamente maschile, come l’orchite. Ed ecco che Blatto mi dà conferma:

«Una volta un cliente non abituale mi disse: “Gran bel negozio, ottima selezione, gente simpatica. Niente da dire. Però qui figa proprio mai, eh?”. Lo tranquillizzai, no figa mai. Diciamoci la verità, le donne appassionate di musica ci sono, ma quelle con la scimmia del collezionismo, del possesso discografico voluttuoso, non so manco se esistano. Nella maggior parte dei casi compatiscono mariti o compagni. Li guardano come rimbambiti che si dilettano ancora con soldatini o spingono i bottoni delle automobiline telecomandate. Un vezzo adolescenziale che non si estingue. Non capiscono. “Ma non ne hai già tanti da sentire?”. “Non ti bastano quelli che hai?”. “Dai che non abbiamo più spazio”. (…)
Per arginare i malefici di tali megere, interveniamo noi. Il servizio classico che si fornisce a chi ha la moglie alle calcagna è togliere i prezzi e aprire i dischi sigillati. Se intercettato a un posto di blocco in tinello o, peggio, durante un’imboscata in garage, potranno sempre essere dichiarati come prestito di un amico. Mai tenere in tasca ricevute di bancomat, carta di credito o, peggio che mai, scontrini. Vanno verificati sul posto e poi immediatamente appallottolati e gettati nell’immondizia».

Ma oltre ai maniaci dei dischi, ci sono anche i maniaci in senso lato:

“La gente, che ricordiamolo una volta di più, tendenzialmente sono brutti, non guarda mai la vetrina o l’insegna. Entra e chiede. Se ne sbatte delle file di vinili in bella mostra oltre il vetro. Si infila e domanda un dizionario d’inglese, videocassette di Heidi, se facciamo fotocopie a colori, spesso se siamo noi che trattiamo ricambi per lavatrici in Via Pinelli (dove sia l’indirizzo di questo posto rimane tuttora un mistero), quasi sempre a che ora apre il gioielliere che ha il negozio di fianco al nostro (a suo piacimento, sarebbe la risposta più consona)”.

O quelli che entrano in negozio davvero con poche indicazioni:

“Sto cercando una canzone italiana che ho sentito alla radio. Ho scritto il titolo sulla confezione dello yogurt, ma poi l’ho buttata per sbaglio. Mannaggia, mi sa che tu non la sai, vero?”.

E quelli che capitano davvero nel posto sbagliato…

Qualcosa di vecchio dei Pooh? Il problema è questo, a una domanda del genere non puoi mai rispondere, non soltanto per educazione, ma ti sembra il posto giusto per chiedere una roba simile? Hai due possibilità, cercarti dei guai o tagliare corto. Nel primo caso replichi: no, trattiamo un altro genere, e allora ti risponderanno giustamente: quale? Tu così rispondi: beach punk californiano, moan, wave, songwriter dell’Ohio, glitch-pop? Si potrebbe andare avanti per ore con richieste di spiegazioni, la gente vuole capire. Allora tagli corto. Strada media: non facciamo il commerciale. Notare che il livello lessicale si abbassa di tre tacche. Il verbo fare, approccio basic da mercato, sposta immediatamente l’attività su un livello da patate. Rimane ancora una falla. Una volta una bionda con una permanente modellata col gesso obiettò: “e perché non fate il commerciale? Siete commercianti e dovreste farlo, lo dice la parola stessa”. Fortunatamente non accade spesso di imbattersi in etimologi di tale fattura (…)