Posted on: 1 Maggio 2011 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Gianni Miraglia è uno dei motivi per cui tutto sommato vale la pena stare su Facebook.

Perché anche quando nella home leggi una sequela di banalità, in mezzo c’è lui che spicca.
I suoi frequenti aggiornamenti di status sono sempre qualcosa.
Facciamo una prova adesso (sto scrivendo la rubrica la domenica di Pasqua).
Eccolo: 
“oggi ho parlato con una dell Est che attribuiva dei meriti a Stalin, tipo che era vietato alcolizzarsi e che la casa era gratis. allora le ho detto che a noi dell’ovest ci hanno sempre raccontato le cose col lieto fine”.
Ho detto che ne valeva la pena, no?
E poco prima: “travaglio se non si indigna sta male”; “se uno uccide bondi non va più in galera”; “si caccia la gente che non ha niente perché non ha niente e se non hai niente non sei niente e non dai niente. e se tutti non avessimo niente quelli che danno la caccia a chi non ha niente ci supplicherebbero di desiderare qualcosa. distruggere la macroeconomia”.
Se scrivesse solo status geniali su Facebook, direi: che spreco!
Ma per fortuna, Gianni Miraglia scrive anche i libri.
(Probabilmente gli basterebbe raccogliere gli status in un volume, e sarebbe già qualcosa).
Dopo “Six Pack” uscito per Arcana nel 2008 (e già consigliato a In Orbita)
è ora il momento di consigliarvi caldamente “Muori Milano Muori!” (uscito da poco per Elliot).
Il libro mi ha inquietata assai, poiché descrive un futuro per niente lontano (2015) e per niente improbabile (perdere il lavoro, perdere tutto e ritrovarsi a barboneggiare per ri-trovare un senso), in una Milano irreale solo per pochi dettagli, ma in realtà molto vicina a quella che è oggi: “la Grande Oliva, la città dell’aperitivo, che si avvicina a enormi falcate al suo appuntamento più importante, ‘sto cazzo di Expo 2015, travolgendo tutto quello che trova sul suo cammino, perché tutto è sacrificabile”, come ha scritto il nostro amico Stefano Gilardino. 
Un senso d’inquietudine come ho provato leggendo chenesò “Cecità” di Saramago, “La Peste” di Camus, “La Strada” di McCarthy… ma un’inquietudine più sottile, più vicina.
Ecco il plot:

Milano 2015, manca poco più di un mese all’Expo. La morte di Berlusconi ha condotto l’Italia nel caos, la recessione incombe e i tempi sono ancora pervasi dalla nostalgia per il faraone di Arcore e dalla rabbia dei tanti che hanno creduto a uno standard di vita che si sta drammaticamente, velocemente disintegrando. Nella capitale economica del paese – teatro di tensioni, scontri e disordini quotidiani – la vita di Andrea, neo-disoccupato di quarantasette anni, un tempo redattore di brochure in una agenzia di pubblicità, è allo sbando, tra colloqui di lavoro sempre più improbabili, il ricordo dell’ex moglie e la frequentazione di Pietro Coccoreddu – chiamato Pietro Koch dagli amici dello stadio – , ex fattorino della ditta da cui entrambi sono stati cacciati, nonché sedicente leader nei bar di Abbiategrasso. Le giornate di Andrea procedono in una parabola discendente e portata all’estremo, che lo costringerà ad abbandonare le mura domestiche, dopo le minacce ricevute per tutti gli arretrati dell’affitto non pagati. Ad Andrea non resta che un bancomat gelosamente custodito nei calzini e uno zaino con tenda da campeggio Decathlon. E’ l’inizio di un peregrinare notturno tra parchi cittadini più o meno battuti dalla gente, dalla polizia, dai teppisti che si annoiano, territori misteriosi che gli fanno incontrare persone che si sono distaccate da tempo dalle abitudini delle loro vite precedenti, tra cui la figura carismatica di quello che lui chiama “l’uomo dei trolley”, un ex-marketing manager di successo. Con lui andrà alla scoperta dei numerosi modi per sopravvivere, all’ombra dei palazzi, degli uffici e delle nuove installazioni finto-ecologiche che incorniciano la città. E mentre il conto alla rovescia per l’inizio dell’Expo sta per concludersi, Andrea scoprirà che Pietro Koch e la sua banda un piano per colpire al cuore Milano e metterla definitivamente in ginocchio, vendicando così tutti i diseredati che percorrono le sue strade… Violento, aspro, apocalittico, Muori Milano Muori! è lo straordinario e verosimile ritratto di ciò che potrebbe diventare l’Italia nel prossimo futuro, raccontato da uno degli scrittori più originali e anticonformisti degli ultimi anni.

Apocalittico e inquietante, sì.
Ma uno spiraglio di luce, a guardar bene c’è.
“Bello che le nostre case siano sempre più piccole e si abbia tutti meno soldi, che pochissimi posseggano un patrimonio, se non ereditato. Nella miseria potremo migliorare, ma poi ritorneranno le generazioni che sognano di avere auto, casa e forme di futuro decise dall’economia. L’autodistruzione si nutre del benessere. La guerra è in atto, terziario avanzato decrepito contro un’industria minata dai cali di vendita per i troppi disoccupati in giro. Vivi a piedi quando non hai più un alloggio, questo è il nostro destino, in tanti perdono il lavoro all’età critica che inizia dopo i quaranta” (p.34)
Insomma si ripartirà in qualche modo azzerando tutto? Forse sì, come ci insegnano gli extracomunitari che sono “quelli che si tuffano in mare quando c’è da salvare qualcuno, i giornali non danno peso a questo tipo di cronaca. La spontaneità è coraggio, quelli della mia specie si drogano, si suicidano. La sopravvivenza è una dote genetica che svanisce nei comfort” (p.50); “ogni animale che si ritrovasse imprigionato nell’esistenza di un uomo piangerebbe” (p 131).
E poi ancora un invito forte a dare, ad aprirsi agli altri perché “la mancanza di relazioni sociali è sintomo di inadeguatezza alla vita e di conseguenza alla procreazione” (p 45); con la consapevolezza che “sacrifichiamo fiori bellissimi, doti interiori che aspettano l’acqua per crescere e che invece distruggiamo” (p.179).

E tanto per essere contro corrente, chiudo la rubrica con l’inizio, il prologo di “Muori Milano Muori!”:

Milano. Qualche mese prima.
La folla a stomaco vuoto dell’ora di pranzo straripa da corso Vittorio Emanuele, tutte le vite da lontano ti sembrano inchiodate alle abitudini, quei mini-orti della serenità giorno dopo giorno.
Intanto la specie di modella bionda magra alta alta che passa vicino dice al suo amico mediorientale di un kebab appena aperto sotto casa e in quel momento sembriamo un paese moderno ed evoluto.
Milano e tutto il resto che succede e che non è mai troppo riferito a te. Milano, oltre le dozzinali recriminazioni già sentite, su persone che pensano ai soldi e al Suv. Chi si lamenta vuole avere, ti guarda in tasca e suppone una vita migliore.
Sempre Milano, l’eterogenea metropoli in cui i ricchi e poveri s’inseguono e si emulano a vicenda.
Non vedi l’orizzonte, appena arrivi nella città senza il bello attorno. Luci in fila, sopra la testa di chi cammina ancora veloce, alla ricerca di un dopo speciale e imperdibile sempre dietro l’angolo.

E’ “Io e la mia ombra” l’album del ritorno dei Casino Royale. Il disco, che arriva a cinque anni di distanza da “Reale“, sarà anticipato dal singolo che da il titolo all’intero album in uscita a Maggio.
Io e la mia Ombra, musica che parla di vita nascosta dietro le altrui esistenze, la speranza e le paure, siamo tutti io e la mia ombra, isolati dove non arrivano rumori, abitudini e telefonate. solitudine che riguarda la massa e la città base che costringe, quella Milano Italia che trascina i milioni nei dubbi che cercano di notte, tutti di nuovo chiusi in case senza identità apparenti, si parla di un uomo che come una radio emette il meglio e il peggio, di sentirsi giovani come il domani e poi il crollo.”
– Spiega lo scrittore Gianni Miraglia con cui il gruppo collabora da diverso tempo.