Posted on: 1 Dicembre 2020 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Hadal, (da Ade, il mondo sotterraneo nella mitologia greca) è la regione più profonda dell’oceano; ne fa riferimento anche lo spaventoso universo di Lovecraft ed è un nome perfetto per un quintetto metal che ama definire i nove pezzi del nuovo album “viscerali, profondi e cupi”. Il disco s’intitola “December”, è stato mixato e masterizzato da Francesco Bardaro al Track Terminal Studio ed esce per la Planet K Records: «Ci abbiamo lavorato con passione, racchiude un po’ la storia di dieci anni del gruppo, è come se fosse una raccolta di canzoni nuove e vecchie riarrangiate. Questa volta abbiamo provato a sperimentare chitarre a sette corde e basso a cinque e quindi tonalità più basse». Parole del bassista Teo, che tra le tante band (Angel Witch, So Cold) può vantare di aver militato anche nei Thundercross, il primo nucleo dei Rhapsody «Ho conosciuto i fondatori Turilli e Staropoli al Galilei – ricorda – fin da giovanissimi geniali e con una dedizione totale alla musica che poi ha pagato». Negli Hadal c’è anche il chitarrista Franco Trento noto per le esperienze nei Necrosphere, leggende del death metal, e Fuel from Hell. Tutti i componenti sono dunque immersi nella scena della musica heavy regionale da lungo tempo, è dalle ceneri dei So Cold che nel 2009 prendono vita gli Hadal, la cui prima uscita ufficiale è “Painful Shadow” (Sliptrick Records) del 2017. Tra i riferimenti del gruppo c’è la scena metal inglese e scandinava anni ’90: Paradise Lost, My Dying Bride, Anathema, Dark Tranquillity, In Flames e i padri del genere Black Sabbath, Candlemass. «“December” – prosegue il bassista triestino – è anche un brano scritto nell’estate 2012, in un caldo ferragostano pauroso, per contrasto mi è venuto un testo così invernale». Gli Hadal sono molto legati agli elementi naturali, «in particolare all’acqua – aggiunge Teo –, spesso presente nei nostri testi. Amiamo la natura, fa parte della nostra anima, la mettiamo nelle foto, nell’artwork. Siamo grandi camminatori e conoscitori del Carso. L’ambiente urbano è più melanconico, struggente. Camminare di notte in centro a Trieste mi piace moltissimo, la trovo davvero scenografica e suggestiva, la chiamo “ghost town”, è a suo modo depressiva, ho un rapporto di amore e odio con lei». Pensando alla cronaca cittadina che riporta la notizia di alcuni residenti a Basovizza che hanno creato degli sbarramenti con legno e pietre, esasperati dai posteggi selvaggi dei “camminatori improvvisati” che si riversano sul sentiero Ressel, Teo aggiunge: «Vivere nella natura significa rispettarla. In questi mesi cammino nei boschi e sento gente che urla: portano il centro commerciale nel bosco perché è la loro dimensione. A Fusine mi sembrava di essere a Città Fiera di Udine. Non sapersi rapportare con l’ambiente e con il prossimo denota poca intelligenza. In questo periodo si vede molto egoismo in giro, nei weekend affollati, con persone senza mascherina». E la musica dal vivo che futuro ha? «Sono ottimista, prima o dopo riprenderà. Ma saremo tutti più impauriti nelle relazioni umane, e la musica è fatta di relazioni umane, di incontro e divertimento. La musica va avanti ma bisogna vedere come verrà recepita, perché va goduta dal vivo e la paura non gioverà quando si ripartirà. Questa è in assoluto la cosa più imprevedibile che ho vissuto finora, perché è una tragedia collettiva, che coinvolge tutti. Avrà ripercussioni psicologiche su tante persone. Chi nega o s’inventa le cospirazioni sminuisce la gravità dei fatti».

 

Elisa Russo, Il Piccolo 1 Dicembre 2020