Posted on: 7 Febbraio 2021 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

«“In balìa” è sentirsi smarriti in un’epoca, la nostra, priva di riferimenti stabili, sovradeterminati da eventi che non possiamo controllare, come trovarsi in un mare in tempesta. Nell’ultimo anno tutto questo è diventato ancora più forte ed evidente a causa della pandemia in atto. Spostando l’accento però la parola assume anche un connotato confortevole, materno, quello della nutrice che si occupa di un neonato, di una neonata umanità. Forse oggi siamo tutti immersi in questa ambiguità, infanti cullati dalla tempesta»: esce il 9 febbraio in cd e digitale l’ep degli Haram! band nata nel 2015 a Trieste «come sfogo, autoironico, lontano dalla retta via» dall’incontro tra Maximiliano Cappellina (chitarra e voce) e Alessandro Papes (batteria), a cui si unisce poi Riccardo Roschetti (basso e voce), tutti con altre esperienze (Remiture, Absent Minded, Burbage, Dregs HC, l’Uomo Bruto, Tears|Before, ibreathe.youdie). «“Haram” – spiegano – in arabo significa “proibito”, la scelta del nome deriva dall’esperienza maturata da noi tre come operatori dell’accoglienza con i richiedenti asilo, oltre che da un rifiuto del genere come identità musicale». Tra rock, noise, punk, grunge, nel 2017 pubblicano un primo ep, “In balìa” ne è il seguito, composto da cinque tracce nate dalle jam in sala prove nei due anni precedenti. «Abbiamo iniziato a registrare a Fernetti – continuano – nel dicembre 2019 al Track Terminal Studio di Francesco Bardaro, ma causa covid le fasi di missaggio e mastering si sono dovute fermare per dei mesi. Per la parte grafica e il merchandising ci siamo affidati a Ena Jurov e Perpetual Lab». Se nel primo lavoro un pezzo si chiamava “Post-kren”, questa è la volta de “Il sacrificio del cocal”: «La triestinità – spiegano – per noi è acquisita, veniamo dal Friuli e dal Veneto dolomitico e ci siamo trasferiti qui per studio e per lavoro. Il legame con la città è tuttavia molto profondo così come la fascinazione per questo luogo al limite, periferico e al tempo stesso centrale per la modernità. Negli anni, poi, abbiamo imparato un po’ di usi e costumi locali e così ogni tanto compaiono nei titoli». I testi in italiano convincono, applicati a un genere musicale che spesso ricorre all’inglese: «L’esterofilia che domina il gusto musicale italiano – commentano – è un’arma a doppio taglio. Rende il prodotto musicale fruibile anche fuori dai confini nazionali, ma al contempo finisce per ridurlo a uno dei tanti in circolazione, interscambiabile e anonimo. Due di noi sono oltretutto insegnanti e Riccardo anche un giovane autore (“La masnada delle aquile”, libro edito da Infinito Edizioni, recensito in queste pagine nei mesi scorsi), pertanto l’urgenza di preservare e valorizzare l’italiano è tanto più giustificata». Secondo gli Haram! la scena musicale triestina patisce da quando non ci sono più locali come Tetris ed Etnoblog che facevano da catalizzatori, anche se ci sono band molto valide, alcune delle quali stanno riuscendo a togliersi grandi soddisfazioni al di fuori di qua. Ma il covid ha dato il colpo di grazia: «Suonare dal vivo non è come fare prove o registrare, è innanzitutto spettacolo, è vitale sia per le band che per il pubblico ed è un’esperienza di condivisione che nessuna piattaforma online potrà mai sostituire o sublimare. Spesso in quest’ultimo periodo si sente dire quanto manchino i concerti un po’ da ogni dove. Speriamo che proprio questa cosa diventi un trampolino per rilanciare l’attività live, più ancora di come era prima».

 

 

Elisa Russo, Il Piccolo 7 Febbraio 2021