Posted on: 11 Novembre 2017 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Sabato alle 21.30 il Teatro Miela propone il concerto degli Huun-Huur-Tu, originari della repubblica di Tuva, regione della Siberia al confine con la Mongolia incastonata nel cuore delle steppe dell’Asia Centrale. Un incontro straordinario con una tradizione etnica che da anni – la formazione è in pista dal 1992 – affascina le più prestigiose platee del mondo, un gruppo di culto tanto che il “New York Times” li ha definiti «un vero miracolo musicale». “The Chicago Tribune” ha descritto la loro musica come: «poco familiare a noi occidentali, eppure molto accessibile: arriva da un altro mondo ma è profondamente spirituale e quindi radicata nei suoni della natura stessa».

Frank Zappa li volle al suo fianco nel rarissimo bootleg «Salad Party ‘93», hanno collaborato con Ry Cooder per sei brani della colonna sonora di «Geronimo», film diretto da Walter Hill e hanno inciso con Kronos Quartet, il percussionista indiano Trilok Gurtu, il compositore classico russo Vladimir Martynov, il coro The Bulgarian Voices Angelite, il trio jazz Moscow Art Trio, la cantante di Tuva Sainkho. Si sono esibiti inoltre con The Chieftains, Johnny “Guitar” Watson, L. Shankar e tanti altri.

Sul palco del Miela, i quattro Huun-Huur-Tu porteranno singolari strumenti tradizionali a corda e percussivi dai nomi insoliti (l’igil, il byzaanchi, il khommuz, il doshpuluur e il tuyug) ma soprattutto una vocalità affascinante e misteriosa per i nostri canoni d’ascolto che discende dai canti rituali delle antiche tradizioni sciamaniche asiatiche: uno degli elementi distintivi è l’utilizzo della tecnica del canto armonico nel quale il cantante, sfruttando le risonanze che si creano nel tratto vocale che si trova tra le corde vocali e la bocca, emette contemporaneamente la nota e l’armonico relativo, il cui timbro può ricordare quello del flauto. Le loro performance trovano risonanza anche nel mondo contemporaneo: il percuotere ripetuto di una corda contro legno e pelle si trasforma in un disegno meditativo che sembra venire direttamente dall’avanguardia.

Raccontano: «Quando non siamo in tour, viviamo in mezzo alla natura, circondati da montagne, fiumi e laghi. Il nostro Paese ha alle spalle una storia dura, il governo sterminò musicisti e distrusse i loro strumenti, tanto che alcuni che hanno fatto la nostra tradizione (come “l’arpa tuvana”) oggi non esistono più. Anche per questo cerchiamo di riprodurre l’anima e l’emozione della nostra terra attraverso la nostra musica, che diffondiamo in giro per il mondo». Il nome Huun-Huur-Tu può essere tradotto come “elica solare”, spiega il fondatore della band, Sayan Bapa: «Si tratta di uno splendido effetto della luce, la separazione verticale dei raggi luminosi che si possono vedere sui prati appena dopo l’alba o poco prima del tramonto. Trovavamo avesse qualcosa di simile al nostro stile vocale, che consiste nel produrre un suono profondo in modo tale da creare una o due armoniche sostanziali. La prima armonica è un tono cantato nelle gamme medie, sovrastato da un suono come di fischio forte che il cantante alza o abbassa per creare una sorta di strana melodia, modificando l’apertura della bocca. Abbiamo preso il nome dal sole, e per noi è importante».

 

Elisa Russo, Il Piccolo 11 Novembre 2017

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Huun Huur Tu