Posted on: 1 Ottobre 2008 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Iggy Pop non delude, e ancora una volta mette in scena l’incredibile spettacolo del rock’n’roll. All’Hala Tivoli di Lubiana convince e seduce, assieme ai suoi Stooges: Ron Asheton alla chitarra, Scott Asheton alla batteria, Mike Watt al basso e Steve Mackay al sax.

Ci si avvicina all’icona Iggy con timore. «Reggerà ancora il palco?», sorge il dubbio, pensando magari a quanto sarebbe stato grande assistere ad un suo concerto in una Detroit anni ’70. Ma quando l’Iguana irrompe sul palco, la risposta viene da sé. I classici «Loose» e «Down The Street» arroventano subito la folla.

L’energia e la vitalità non sono spente, e non c’è da rimpiangere (troppo) i fasti di gioventù. Un ragazzino di 61 anni. L’uomo che amate odiare, come si autodefinisce. Addominali scolpiti, chioma bionda ossigenata, jeans attillati. Postura arrogante, ipnotici occhi azzurri. Padrino del punk, del rock e del glam, macchina da sesso ambulante. Un ghepardo metropolitano col cuore pieno di napalm. Non sta fermo un istante, tarantolato e indemoniato. Unico e inimitabile. La scaletta ripercorre gli album «Stooges» (1969), «Fun House» (1970) e «Raw Power» (1973) con qualche estratto dal più recente «The Weirdness». Come la caustica «My Idea of Fun»: «La mia idea del divertimento è uccidere tutti».

Tra i momenti memorabili, c’è sicuramente il tuffo di Iggy tra il pubblico. Si dà letteralmente in pasto ai fans. Lo sollevano, lo toccano, lo trasportano. Succede durante «I Wanna Be Your Dog». Un inno assoluto. Uno di quei brani sentiti mille volte, alla radio, in tv, coverizzata e stravolta da altri. Suonata dagli Stooges in persona è qualcosa di speciale. L’indistruttibile provocatore non ha pace: sbatte il microfono, sale sugli amplificatori, si versa le bottiglie d’acqua addosso. E niente asciugamani: lo show continua così, fradicio e grondante. Scende dal palco, stringe mani, tocca persone, le guarda dritte negli occhi. Saluta uno ad uno, in parterre e negli spalti. Tra migliaia di persone, hai l’impressione che Iggy fissi proprio te. Come se avesse mille occhi. Un performer attento a chi ha di fronte come pochi, uno che infrange le barriere. «I’m you!»: sono te. Lo ripete come un mantra. Durante «No Fun», invita il pubblico a salire sul palco. Incubo della security ed euforia delle prime file. I più temerari danzano dunque accanto al loro eroe, lo toccano, urlano, fanno i cori. Iggy ringrazia uno di questi fan: «Thanx man», gli dice abbracciandolo. «T.V.Eye», «Search And Destroy», «Raw Power», «Real Cool Time», «1969», «1970»: tutti i pezzi storici sono inanellati uno dopo l’altro, senza sosta e senza respiro.

Alla fine Iggy rimane da solo sul palco. Si scuote come un epilettico e poi si mette in posizione da boxeur. Colpisce un avversario invisibile. Prende a pugni i suoi incubi.

«Non ci si aspetta che un’apocalisse sia gestibile e quando il massacro è finito non è il pubblico a sanguinare»: nessuno meglio di Lester Bangs descrisse la maniera totale in cui Iggy vive ogni concerto.

Elisa Russo, Il Piccolo 01 Ottobre 2008