Posted on: 12 Giugno 2015 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

ARTISTA: Faith No More

TITOLO: Sol Invictus

ETICHETTA: Reclamation Records/ Ipecac

«Sol Invictus» (Reclamation Records/ Ipecac) è il settimo album in studio nella carriera dei Faith No More. L’ultima incisione risaliva al 1997 (al ’98 corrisponde lo scioglimento, al 2009 la reunion): sempre più spesso le formazioni più longeve ad un certo punto scelgono lunghe pause, in cui ciascuno si occupa di altri progetti musicali. E di certo il leader della band statunitense, Mike Patton, non è stato lontano dalle scene nel frattempo: c’è stata occasione di sentirlo nei suoi album solisti, nei Mister Bungle, nei Fantômas, nei Tomahawk, The Dilling Escape Plane, Peeping Tom, con John Zorn, Moonchild Trio, in colonne sonore e molto altro… i fan non hanno patito la mancanza della sua voce e della sua esuberanza in concerto. Ma i Faith No More, la band che ha rivoluzionato un genere dando un senso tutto nuovo alla parola crossover negli anni Novanta, rimanevano “congelati”. Forse perché la gamma di voci di Patton e la sua creatività non potevano essere contenute nei margini di un’unica band. Nonostante la ricomparsa live qualche anno fa facesse ben sperare, l’attesa per un nuovo disco è stata lunga. Ora, a 18 anni di distanza, «Sol Invictus» riconferma i Faith No More come paladini dell’alternative metal e del crossover: per quanto Patton possa aver viaggiato, con i Faith No More è tornato a casa. Ogni canzone ha qualcosa di incatalogabile, che la rende unica ed indimenticabile: era così nei ’90 ed è così nel nuovo disco. Il singolo «Motherfucker», con alcuni versi interpretati anche dal tastierista Roddy Bottum, aveva spiazzato; il secondo estratto «Superhero» è sicuramente più rappresentativo dell’album e dello stile tipicamente alla Faith No More, con uno sfoggio di linee di piano gotiche, chitarre e basso poderosi e una mezza dozzina di diversi stili di canto di un Patton in stato di grazia. «Superhero» si placa nella successiva «Sunny Side Up», uno dei brani dal ritornello radiofonico che rimane in testa ma che viene poi “distrutto” dalla devastazione di uno spigoloso urlato. «Separation Anxiety» è un altro episodio di punta del lavoro, 100% Faith No More vecchia maniera, seguito da «Cone of Shame» che si inerpica nell’oscurità tanto che non sfigurerebbe nel repertorio di Nick Cave. L’album si chiude con un brano che a dispetto del titolo («From the Dead») è una parentesi gioiosa e solare, un ottimo modo per salutare gli ascoltatori e dare appuntamento, a questo punto, alle date del tour (che hanno di recente toccato anche l’Italia, con un’unica tappa milanese). Volendo trovare un difetto a questo lavoro – di base impeccabile -, si può sottolineare una certa ripetitività e l’assenza di qualcosa di davvero nuovo: ma forse da chi ha già reinventato un genere è troppo aspettarsi un’altra grande innovazione, seppure dopo quasi vent’anni.

Elisa Russo; Il Piccolo 12 Giugno 2015

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