Posted on: 21 Giugno 2021 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

«Molte cose si sono fermate, molte si sono perse: ha dominato e domina l’incertezza e la difficoltà non solo a programmare ma anche a immaginare scenari futuri»: il direttore artistico musicale Gabriele Centis riflette sulle difficoltà affrontate nell’organizzazione della rassegna del Comune, Trieste Estate, che conta una novantina di spettacoli a San Giusto, da luglio a settembre, con eventi di ogni genere. Per i concerti si va dal TriesteLovesJazz (Edmar Castaneda, Ghemon, De Piscopo) al Summer Rock Festival (Metamorfosi, Area, Le Orme), dai live a cura del Miela (Mellow Mood, Tre allegri ragazzi morti, Barcelona Gipsy) a Hot in the City (Ranieri, Bersani, Britti) fino alla classica e l’operetta.

Centis, partiamo dalla location: come mai San Giusto?

Abbiamo dovuto rinunciare a Piazza Verdi: ingestibile dal punto di vista sanitario, con grande passaggio anche di turisti. Niente di meglio del Castello per regolare gli ingressi contingentati.

Quanti posti disponibili?

Per il distanziamento abbiamo dovuto sistemare il doppio delle sedie. Nel piazzale due palcoscenici, uno grande con 1600 posti per occuparne 800 e il piccolo ha 300 sedie, 150 utilizzabili.

È necessario prenotarsi?

Sia per gli eventi gratuiti che per quelli a pagamento è raccomandata la prenotazione, ma i posti rimanenti saranno comunque a disposizione la sera dello spettacolo alla biglietteria del Castello. Le prenotazioni nominali permettono un eventuale tracciamento.

Al pubblico è dunque richiesta una piccola attenzione in più?

Sì, ma l’interesse c’è. L’importante è fare una riflessione e capire che a questa ripresa deve corrispondere la volontà di vivere i posti in maniera cosciente. Non ci può essere una follia collettiva nel tentativo di rifarsi del tempo perduto affollando i luoghi. Serve maggior consapevolezza nel rinnovato piacere di vivere un evento esprimendo una volontà di condivisione. Essere responsabili, non farsi travolgere dalla paura ma neanche dalla faciloneria. La speranza è che questo sforzo attuale sia una partenza e non ci si fermi più, molto sta al buon senso di tutti e ai comportamenti corretti.

L’effetto della pandemia sul settore?

Alcuni musicisti si sono salvati con le lezioni, ma molti professionisti sono rimasti fermi. Non è stato solo un danno o un momento di difficoltà economica per attori, musicisti, operatori e tecnici del settore: è qualcosa che, sia con il distanziamento personale che con la sospensione delle attività, ha modificato la relazione culturale, sociale, emotiva e psichica tra evento artistico e pubblico, necessaria a qualsiasi comunità.

Che ruolo ha avuto internet nella lunga pausa?

La musica soffre le distanze. Se può, escogita soluzioni per eliminarle. Si è tentato di reagire con una sovrapproduzione di musica veicolata attraverso il web: messaggi nella bottiglia elettronica di musicisti naufraghi per dire “siamo qua, siamo vivi, cerchiamo di colmare le distanze”. Il web non è solo la mancanza della presenza e del contatto fisico tra le persone ma è anche uno schermo piatto che, nonostante il supporto di avanzate riproduzioni audio e video, rimane un non luogo che ci pone nell’impossibilità di connettere le nostre percezioni ed emozioni con un ambiente reale che possa confermare una nostra autentica relazione con il mondo.

Che fare dopo la pandemia?

Oltre al necessario recupero della vicinanza con le persone, credo vada ripreso con attenzione anche il rapporto con gli spazi e i luoghi che devono offrire qualità di fruizione ed essere adatti alle nostre esperienze di ascolto e di partecipazione di eventi artistici. Bisognerebbe valutare non solo il comprensibile desiderio di compensazione della lunga “astinenza” dalla socialità e da quella che, spesso superficialmente, definiamo come “la normalità” ma anche un’opportunità per una riflessione costruttiva e progettuale sui limiti e le criticità che la pandemia ha evidenziato, non solo puntare alla soluzione del problema ma anche cogliere l’occasione per porci delle domande.

Il problema centrale per un responsabile culturale?

Far sì che la platea più vasta possibile possa avere accesso alla più ampia varietà di forme di espressione, anche le più sofisticate, come suggerisce il maestro Procaccioli.

 

Elisa Russo, Il Piccolo 21 Giugno 2021