Posted on: 14 Luglio 2016 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Sarà Max Pezzali ad inaugurare la 56esima edizione del Festival di Majano, sabato alle 21.30. I biglietti sono ancora disponibili su Ticketone e la sera del concerto alla cassa. Racconta Pezzali: «Il mio primo ricordo del Friuli Venezia Giulia va agli anni strepitosi del Festivalbar con la tappa a Lignano, ed era meraviglioso perché si suonava e poi ci si godeva la vita notturna estiva, i privè al Kursaal… Poi una vittoria del Festivalbar nel ‘93 con la finale a Villa Manin, il diluvio universale e un premio che ho ancora a casa, così grande che non ci stava nel bagagliaio. E poi in anni recenti Trieste, una delle tappe più piacevoli per noi, è una delle città d’Italia che mi piacciono di più, ci vivrei volentieri, una pausa pranzo sugli scogli vicino a Miramare con una città alle spalle bella, organizzata, ordinata, con un sacco di localini ed ottima ristorazione, con una qualità della vita che può essere elevata e tutti la sogniamo».

Questa volta che spettacolo porta?

«È un concerto estivo, antologico, con tutte le canzoni che mi hanno portato fortuna in questi 25 anni, non è un concerto basato sull’ultimo album. Quando vai in giro devi dare al pubblico le canzoni che già conosce e proporre magari qualcuna nuova, ma senza imporgliele. Le persone hanno voglia di cantare, di divertirsi, stare insieme e condividere quello che hanno vissuto e quello che le canzoni hanno dato loro. In un paio di punti lo spettacolo è intervallato dal dj Zak, leggenda del rap italiano che mixa tra di loro alcune canzoni dei primi album in chiave moderna, è un modo per creare una continuità tra passato e presente. Sono due ore e un quarto di spettacolo e si canta tutti assieme, con dietro il maxischermo con immagini realizzate canzone per canzone, qualche effetto speciale… Credo sia uno spettacolo tra i più divertenti che si possono vedere quest’estate in giro».

Ha venduto oltre 7 milioni di dischi, al tempo stesso mantiene un rapporto con gli artisti della scena indipendente.

«Sono convinto che sia solo una questione di definizioni. Per me esistono due tipi di musica: quella che mi piace e quella che non mi piace. Non credo nel termine discriminatorio indie o underground. Intanto oggi non è detto che la musica mainstream venda più di quella indie, in periodi di crisi discografica ci sono fenomeni indipendenti che sono di maggiore portata, dal punto di vista numerico e del seguito, di tanti che vengono spacciati come mainstream. Inoltre oggi, grazie alla tecnologia, un disco fatto nella cameretta può suonare quasi meglio di uno fatto in studio. Negli anni ’80 certi dischi registrati con poco budget suonavano malissimo, non erano presentabili alle radio. Oggi questa differenza non esiste. La chiave di tutto è la qualità della scrittura, bisogna mettere l’accento sulle belle canzoni, che comunicano qualcosa perché di interpreti bravi ne abbiamo già tanti. Sono sempre alla ricerca di una canzone che mi emozioni, per le parole, per l’atmosfera… Sono alla ricerca del songwriting più che della tecnica. Testi importanti in questi anni sono venuti fuori dall’hip hop, tanto che il rap è diventato il nuovo pop, sono riusciti a raccontare una quotidianità molto più vicina a quella dei giovani di quello che sono riusciti a fare i loro omologhi del pop. L’idea di separazione dei generi è un po’ obsoleta e bisogna andare a cercare più le canzoni, le idee, da ovunque esse arrivino».

Tra i tanti, ha collaborato con il “cantautorap” Dargen D’Amico.

«Ha una capacità dell’uso della parola incredibile. Quelli devono essere i punti di riferimento, quello il tipo di scrittura che bisogna andare a cercare. È alzare l’asticella. Stesso discorso per Niccolò de I Cani, è uno che in certe canzoni raggiunge la letteratura, non siamo più nell’ambito stretto della canzone, riesce a creare delle immagini talmente evocative che fa un salto diverso, emotivo ed io sono costantemente alla ricerca di persone che possano alzare l’asticella ma indipendentemente dal fatto che lo facciano su un mio prodotto. Se si migliora la qualità delle canzoni e della scrittura è un bene per tutti. La difficoltà è creare significato e significante su qualcosa che è endemicamente semplice, perché la canzone pop deve essere semplice, è la teoria americana del “tre accordi e la verità”: è la verità sopra che mi serve, non è una questione di complessità musicale del tessuto che c’è sotto ma è la potenza della verità delle parole che ci sono sopra, di come rappresenti qualcosa, che sia il racconto di un centimetro quadrato accanto a te o che sia il racconto di qualcosa a sedicimila metri di altezza, purché sia vero, autentico».

E oltre al talento quali sono le caratteristiche per emergere?


«Tanti fattori concomitanti. Sicuramente anche la fortuna perché bisogna essere al posto giusto al momento giusto e anche lì, quando arriva il tuo momento devi farti trovare preparato, devi essere in grado di non sprecare l’occasione. Non mettere mai sé stessi al centro del progetto, non deve essere un ego trip, devi pensare che quello che hai da raccontare sia più importante».

Cosa le ha lasciato l’esperienza tv a The voice?

«Ho realizzato che molti ragazzi oggi dicono: “la cosa che mi fa realizzare di più è cantare”. Sì, ma cantare cosa? E le risposte sono vaghe. La voce è uno strumento, un attrezzo come la chitarra e tu devi sapere cosa vuoi fare, che effetto vuoi che sortiscano le note che stai suonando. La chiave è non quanto sono bravo, quanto sono forte IO, IO… ma quello che faccio, cosa deve rappresentare? È una domanda che ci dobbiamo fare ogni giorno, se no è uno sterile esercizio di egocentrismo che alla lunga distanza non porta a nulla».

Dopo il tour estivo?
«Vorrei tornare alla parte compositiva, riapprocciarmi alla tastiera utilizzando un po’ le endorfine del tour estivo e cercare di mettere giù idee per nuove canzoni, cercando di concretizzare delle emozioni e farle diventare canzoni».

Elisa Russo, Il Piccolo 14 Luglio 2016

max pezzali