Posted on: 22 Luglio 2021 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Nel 1969 David Bowie partecipa a un concorso canoro nel Comune di Monsummano Terme vicino a Pistoia. E non lo vince. «Gli abitanti – racconta Paolo Fresu – ne hanno portato il peso sulla coscienza, quindi dopo cinquant’anni hanno avuto l’idea di omaggiarlo». Nel 2019 nasce come un progetto estemporaneo questo “Heroes” in chiave jazz, ma l’esperimento funziona così bene che diventa anche un disco (anzi, un triplo cd e vinile) e un tour, che fa tappa questa sera alle 21.30 a GradoJazz, all’Arena Parco delle Rose. La voce è di Petra Magoni e la band si completa con Filippo Vignato, Francesco Diodati, Francesco Ponticelli, Christian Meyer. Fresu è da sempre grande amico di Euritmica: «Credo di aver partecipato a tutte le edizioni di GradoJazz – prosegue il trombettista sardo – mi sento a casa e soprattutto sono di casa in Friuli. È una terra che mi appartiene, perché vengo sempre a registrare in studio da Stefano Amerio, collaboro con il regista Ferdinando Vicentini Orgnani, è nata anche un’amicizia con Paolo Rumiz, conosciuto dieci anni fa per il mio libro “50 Suonati. Viaggio in Sardegna”».

Era un fan di Bowie?

«L’ultimo disco “Blackstar”, che è quasi un testamento, mi aveva colpito e avevo visto una mostra straordinaria su di lui a Bologna. Ero, come tutti, un grande estimatore ma non ne ero un grande conoscitore. Mi piacciono le sfide. Ci siamo esibiti la prima volta nella stessa piazza di Monsummano in cui aveva suonato Bowie all’epoca».

E poi?

«Siamo andati in studio e abbiamo registrato anche un disco e da lì l’idea di portare lo spettacolo in tour, in piazze importanti come Umbria Jazz, e saremo al mio festival a Berchidda. È un progetto che ci appassiona e raccoglie consensi».

Un tour fitto in Italia. È riuscito a tornare a suonare all’estero, dove è molto amato?

«Qualche data a Lisbona, Germania, Francia, Austria, Repubblica Ceca… Prima del green pass sono stato in Lussemburgo: muoversi risultava molto complicato, ogni paese aveva delle regole diverse, viaggiavo con una risma di carte in lingue diverse. Adesso va un po’ meglio. Non che sia tutto risolto, ma con il certificato del vaccino si riesce a viaggiare in maniera più serena».

Come è stato suonare alla cerimonia ufficiale per le vittime del covid a Bergamo?

«Era un momento significativo per quella comunità e per il nostro Paese, una bella responsabilità. Non ne siamo ancora fuori, adesso si parla di economia, di ripresa, di sanità ma non possiamo dimenticare le migliaia di morti, le persone vicine o lontane che purtroppo non ci sono più. Le voci di chi ha vissuto queste perdite è l’unica risposta a chi non vuole vaccinarsi e a quelli che dicono che il covid è un’invenzione. Non auguro loro di vivere quelle cose, ma di poterle sentire dalla viva voce dei parenti delle vittime per capire il dramma».

L’editore triestino Vita Activa ha pubblicato nel 2019 un suo libro per bambini.

«Racconta la mia vita da piccolo, figlio di pastori e contadini, nei suoni della natura incontro la tromba che mi permette di girare il mondo. Io e mia moglie lavoriamo tanto con l’infanzia, cerchiamo di incentivare la musica nelle scuole».

È vero che non incontrò il suo mito Miles Davis per timidezza?

«Fui invitato dal direttore di Umbria Jazz a conoscerlo dopo un suo concerto molto bello, sono scappato via e poi me ne sono pentito».

Si è rifatto con Chet Baker?

«È stato davvero gentile ed è venuto a farmi i complimenti, lo racconto spesso perché viene descritto come una persona problematica».

 

Elisa Russo, Il Piccolo 22 Luglio 2021