Posted on: 28 Dicembre 2011 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

I Jade di Monfalcone stanno lavorando al loro nuovo album, in uscita nel 2012. Hanno registrato buona parte del disco allo studio Jork di Villa Decani (Capodistria) a pochi chilometri da Trieste. In questo studio, gestito dal musicista rock-jazz Jadran Ogrin assieme al figlio Gabriel (e progettato dall’inglese Andy Munro) è nato l’anno scorso l’ultimo album di Paolo Benvegnù. Il cantautore lombardo è tornato a Capodistria nelle vesti di produttore, chiamato dai Jade che si sono affidati a lui (e al suo sound engineer Michele Pazzaglia) per le loro nuove canzoni. Il duo monfalconese composto da Gianluca Ghersetti e Riccardo Piemonte ha all’attivo l’album «In silence» uscito per l’etichetta About Rock Records e distribuito sul territorio nazionale dalla Universal, che vede la partecipazione della cantante Elisa in un brano ed un ep intitolato «Snapshot». Negli ultimi anni hanno affinato la loro ricetta musicale che descrivono così: «la parola indie non ci piace. Facciamo pop, classico ma anche più psichedelico. Se il Teatro degli Orrori suona rock, noi a confronto siamo pop». Ma la grande novità è il passaggio all’italiano (finora la band aveva scritto esclusivamente testi in lingua inglese). Tanti musicisti si sono aggiunti in sala di registrazione: Francesco Candura (Jennifer Gentle, Beatrice Antolini, Stop The Wheel), Carlo Bonazza (Prozac+, Elisa, Sick Tamburo), Christian Rigano (Elisa, Tiziano Ferro, Jovanotti), Davide Albanese (Lorenzo Fragiacomo – Butterfly Collectors)… La formazione live è ancora in via di definizione, ma prevede sicuramente un assetto a quattro: basso, batteria, chitarra e voce. «Ci piacerebbe avere anche in concerto Candura e Bonazza, ma dipenderà un po’ dagli impegni dei loro progetti musicali. Li vorremmo con noi perché sono stati bravissimi quando abbiamo condiviso le giornate in studio».

Come è nato l’incontro con Benvegnù?

«L’abbiamo conosciuto andando ai suoi concerti e gli abbiamo fatto sentire qualche nostro brano. Gli sono piaciuti e quindi siamo rimasti in contatto. È sempre stato molto disponibile. Il primo materiale che gli abbiamo passato era con i testi in inglese. Ricordo che poi gli abbiamo fatto sentire un brano in italiano, eravamo in macchina nei pressi di Bologna.

A quel punto ci ha detto che gli piaceva moltissimo quello che facevamo e da allora ci ha sempre sostenuti e stimolati. Lavorare con lui ci ha dato un senso di serenità. Ha avuto molta cura e rispetto della nostra musica. Mette sempre tutto l’impegno possibile per ottenere il massimo. Ci ha dato anche dei consigli di pronuncia, ci portiamo delle inflessioni dialettali della zona di cui a volte non ci accorgiamo neppure. Quindi ci ha aiutato anche con la dizione. Anche Michele Pazzaglia, che lavora con Benvegnù da tanti anni, ha fatto un lavoro strepitoso con noi».

La decisione di cominciare a proporre testi in italiano come è maturata?

«Gradualmente. Quando cambi lingua, cambi direzione e all’inizio hai un po’ di timore. Ti sembra quasi di ricominciare da zero. Creare nuove melodie con parole che sono le nostre è stata una sfida. L’idea era di trovare un nostro modo di scrivere, cercando di non essere banali. Ti metti molto più a nudo, per quello che dici e anche per come pronunci le parole. Cantare in inglese era un po’ una copertura. Però quando superi questo scoglio ti stupisci della bellezza delle parole cantate nella nostra lingua».

Avete qualcosa in comune con la nuova leva cantautorale nostrana?

«Ascoltiamo musica italiana in maniera più approfondita da pochi anni. Ci siamo guardati indietro, trovando un punto di contatto con Battisti. Il cantautorato di adesso è molto scarno, invece il nostro disco sarà molto ricco di arrangiamenti. La musica di un artista come Vasco Brondi è molto intima, noi invece siamo qualcosa di diverso».

Elisa Russo, Il Piccolo 28 Dicembre 2011