Pensando ai suoi Giardini di Mirò e al mondo che cambia, Corrado Nuccini (voce, chitarra e fondatore della band post rock nata a Cavriago, in provincia di Reggio nell’Emilia) cita l’editoriale da direttore uscente de La Repubblica di Calabresi: «Scrive di aver preso in mano il giornale quando Obama faceva discorsi illuminati, ora c’è il rancore di Trump o si è passati da un’Europa aperta a una chiusa, insomma, i tempi stanno cambiando per tutti». «Il nostro disco precedente – prosegue Nuccini – era del 2012: ne sono cambiate di cose». A novembre è uscito «Different Times», settimo della carriera (senza contare ep e colonne sonore), proposto dal vivo venerdì alle 21.30 all’Astro Club di Fontanafredda, in una serata che include prima e dopo il live le selezioni musicali di Taffy e Andrea Pellizzer.

Nuccini, tempi differenti anche all’interno del gruppo? Come data d’inizio della vostra storia, chi dice nei ’90, chi 2000…

«Giochiamo sulle sfumature: qualcuno dice più di vent’anni, qualcuno meno. Una parte di noi è legata a un’idea consolatoria del tempo, io invece ho una visione più angosciata: più è passato meno ne resta».

In questi (più o meno) vent’anni in giro, avete suonato poco in Friuli Venezia Giulia.

«In effetti non tantissimo, qualche volta in provincia di Udine o Pordenone. Quindi venerdì è una buona occasione per recuperare. Al di là dei tour ci sono passato, avevo una fidanzata udinese o l’altr’anno sono stato in vacanza a Grado».

Nell’ultimo disco ci sono tante voci ospiti: Adele Nigro (Any Other), Robin Proper-Sheppard (Sophia), Daniel O’ Sullivan, Glen Johnson (Piano Magic)…

«Ci sarebbe piaciuto averli anche dal vivo, ma incrociare gli impegni era complicato, abbiamo avuto Robin nella prima data a Milano, Daniel a Ravenna, Adele a Roma… A Pordenone dovrete accontentarvi di noi! Ma siamo già tanti sul palco che fatichiamo a regalare centimetri ad altri musicisti».

Dopo l’Italia andrete in Spagna e ad aprile addirittura un tour in Cina.

«Noi andiamo dove ci chiamano. Il nostro gruppo è un’idea di musica in viaggio. Abbiamo sempre desiderato portare la musica dal Brennero all’Europa e oltre».

Il genere post rock che momento vive?

«C’è da dire che, da fine anni ’90, dentro al termine ci sono finite tutte le band che non erano catalogabili con una forma tradizionale basso-batteria-chitarra. Io sono più legato a una concezione che mette insieme quelle forme ibride di superamento del rock, ad esempio: due campionatori, una batteria elettronica e un violino. Con il tempo il termine ha preso un’estetica sonora, legata a un sound chitarristico e più ispirato a composizioni strumentali. Noi la viviamo con serenità, e ci piace avere l’autonomia di scavalcare i generi. Non siamo mai stati post rock nel senso più pieno, e neanche psichedelici o shoegaze. Abbiamo cercato di fare un mix tra varie ispirazioni e elementi originali, nostri».

E la distinzione tra musica indipendente e mainstream ha ancora senso?

«Gli artisti rifuggono sempre dalle etichette perché ci si sentono costretti dentro. In realtà, dopo tanti anni di attività, penso ci facciano anche bene perché per fare ordine mentale dobbiamo trovare il giusto scaffale nel quale inserire le cose. L’epoca social ha cambiato un po’ le dinamiche. Prima critica, giornalisti, riviste erano una sorta di lasciapassare, ora la fruizione è più diretta, si saltano intermediari e un indipendente può diventare in poco tempo un big, o un nome di richiamo può diventare di nicchia perché sostituito da nuovi arrivi. Sanremo quest’anno ha mostrato quanto scena indipendente e mainstream flirtino. Trovo comunque che molta musica indie italiana attuale sia troppo spensierata per la drammaticità e la cupezza del presente».

“Different Times” ruota attorno al concetto di tempo. In epoca social ne perdiamo di più?

«Nel mio piccolo, ne ho sempre perso molto. Mi sono laureato tardi, uscito di casa tardi, lavorato tardi… spero di compensare morendo tardi! Il tempo sta diventando quasi un’ossessione».

Il nuovo video, “Don’t lie”, girato a Coney Island?

«Volevamo che non sembrasse un cliché con la classica ripresa sulla Wonder Wheel. Come con la copertina del disco (una foto scattata in Cina – casermoni e un campetto di calcio) volevamo portare avanti una ricerca sulle periferie, che si assomigliano in tutto il mondo, con il loro ostinato romanticismo».

La vostra biografia “Different Times” (Marco Braggion, Crac Ed.)?

«Eravamo un po’ perplessi, sembra si facciano a fine carriera, quando si vuole mettere un punto. Ma è stata un’occasione per ripercorrere alcune tappe che in parte avevamo dimenticato o che ognuno ricordava a modo suo».

Elisa Russo, Il Piccolo 22 Febbraio 2019

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Elisa Russo

Elisa Russo

Si occupa di musica e spettacoli su stampa, radio, tv e web. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Spesso lavora in coppia con il fratello Ricky. The Russos hanno ideato, scritto e condotto il programma musicale “In Orbita”, in onda su Tv Capodistria (Slovenia) e su Radio Capodistria.
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