Posted on: 10 Luglio 2021 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Leggenda della batteria, cantautore, percussionista eclettico, bandleader nato a Napoli nel 1946, il suo nome è legato indissolubilmente a quello di Pino Daniele, la sua passione è il jazz ma diventa uno dei musicisti più richiesti anche dalle star del pop. Tullio De Piscopo, questa sera alle 21 al Castello di San Giusto per il TriesteLovesJazz, è in trio con Dado Moroni al pianoforte e Aldo Zunino al contrabbasso.

«Città stupenda – dice il batterista partenopeo, canticchiando “El can de Trieste” – di cui mi parlava, quando ci incontravamo, il Maestro Lelio Luttazzi, persona eccezionale».

E i concerti qui?

«Ho suonato più volte in Piazza Unità, una delle piazze più belle del mondo, anche con Pino Daniele nella reunion del 2008. Poi Mandracchio, Teatro Miela dove avevamo tenuto un concerto jazz e avevo conosciuto Gabriele Centis che adesso sta organizzando queste bellissime cose per la città, già il nome del festival, TriesteLovesJazz, mi piace proprio!».

Qualcuno definisce Trieste “la Napoli del Nord”, lei trova somiglianze?

«È vero. Per il mare. Ma anche per l’ospitalità. A Napoli sono molto gentili, se un turista si perde, viene accompagnato fino all’indirizzo che cerca. Ho trovato la stessa cosa nei triestini, mi hanno sempre accolto bene».

Questa sera cosa propone?

«Ho chiamato il progetto “The Trio Around Pino”, perché facciamo anche qualche brano in versione jazzistica del grande fratello in blues Pino Daniele. Oggi è il debutto, perché l’anno scorso ci eravamo dovuti fermare per la pandemia».

Che effetto le fa metter mano al repertorio di Daniele?

«Sono contento perché a Pino piaceva molto la sperimentazione, mettersi in gioco. Mi ricordo che durante le prove nel suo studio a Formia, facevamo delle jazz session e lui era molto curioso, voleva capire le dinamiche perché non era proprio il mondo che gli apparteneva, lui era più blues, però voleva entrare nel jazz e devo dire che ci riuscì alla grande».

È riuscito a superare la perdita?

«Per me è cambiato tutto. Mi manca molto. Negli ultimi anni avevamo trovato un’intesa perfetta, a volte non c’era bisogno neanche di provare. Avevamo terminato il tour pochi giorni prima che lui ci lasciasse il 4 gennaio 2015, al Forum di Milano il 22 dicembre facemmo l’ultimo scatto assieme e per fortuna il concerto è testimoniato da un lp».

Impossibile chiederle di tutti i big con cui ha collaborato, ne scelgo uno: Quincy Jones.

«Il più grande produttore del mondo. Ieri gli ho messo un cuoricino su Facebook!».

Me ne citi uno lei.

«Astor Piazzolla. Non aveva mai usato la batteria, perché nel tango non c’era. Ho messo il ritmo alle note di “Libertango”. E dopo quello abbiamo fatto altri 10 lp».

Lucio Dalla non le credeva!

«Eravamo a casa sua alle Tremiti, anche con Pino e le famiglie. Gli dissi che avevo fatto “Libertango”, ma era incredulo, andò nell’altra stanza a prendere il disco e vide il mio nome».

Ha dichiarato di aver rinominato la sua hit “(Santo) Andamento Lento”.

«Sì perché mi ha dato la possibilità di comprare la casa alla mia famiglia, che si meritava dopo anni di sacrifici. Tutto in contanti!».

Altri tempi. Con la musica si guadagnava.

«I computer hanno massacrato tutto. La Bic è fallita, non si scrive più. Ai social ci sono arrivato molto dopo, mi sentivo escluso e mi sono messo a imparare con tanta pazienza».

Come ha vissuto la pandemia?

«All’inizio tanta paura per me e la mia famiglia. Non sono uscito per mesi. Mi sono salvato grazie alla musica: sono riuscito a tenere le lezioni di batteria ai miei allievi online. Adesso non bisogna abbassare la guardia. Sono vaccinato, ho un centinaio di mascherine di tutti i colori (tra l’altro secondo me ti preservano anche da influenze e altro)».

 

Elisa Russo, Il Piccolo 10 Luglio 2021