Posted on: 3 Giugno 2011 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Dopo il memorabile concerto del gennaio 2008 (in quell’occasione con il progetto rockabilly Heavy Trash), torna al Teatro Miela Jon Spencer, questa volta accompagnato dalla Blues Explosion. Domani, alle 21.30, la rassegna “Due Teatri in Accordo” (Miela Bonawentura e Teatro Stabile Sloveno) ospita la leggendaria formazione statunitense; ad aprire la serata Urban Junior (one man band dalla Svizzera). «Il nome può trarre in inganno: noi siamo una rock’n’roll band, che fa anche del blues, certo», puntualizza Mr Spencer, in Italia per due date (oggi a Parma, domani a Trieste).
Sul palco ed in studio, Jon Spencer ha distrutto e ricostruito il rock’n’roll con ferocia e trasporto. Del suo stile, oggi dice: «dagli esordi non mi sono evoluto affatto. Mi sono involuto. Tutto è diventato più semplice, meno complesso con l’andare degli anni. Invece di aggiungere ho tolto, tornando allo stadio primitivo».
La scia lasciata da Spencer con il suo primo gruppo, i Pussy Galore ancora brucia sotto le ceneri nell’avant garage punk blues della Jon Spencer Blues Explosion che Jon ha fondato vent’anni fa a New York, insieme a Judah Bauer alla chitarra e Russel Simmins alla batteria, irrompendo nel panorama indie rock con una febbrile ed intoccabile visione del rock’n’roll.
Nel 2010, in attesa di nuove registrazioni, sono uscite le ristampe, in versione rimasterizzata ed espansa, di alcuni dei loro album: «Orange», «Acme» e «Now I Got Worry», preceduti dalla pubblicazione della raccolta «Dirty Shirt Rock’n’Roll: The First Ten Years» che passa in rassegna il meglio della band dal 1992 al 2002.
Come è nata l’idea della ristampa dei vecchi successi?
«Ne parlavamo già da qualche anno. I nostri album erano ormai fuori stampa. Poi le cose sono venute da sé. Sono dei bei dischi e la Blues Explosion è un’ottima band. Volevo che il mondo lo sapesse! Abbiamo fatto un lungo lavoro di ricerca tra vecchi nastri e registrazioni inedite, ri-masterizzando poi tutto in studio. È stato faticoso anche dal punto di vista emotivo: si è trattato comunque di scavare nel passato, e la nostalgia è dietro l’angolo. Il mio problema è stato che ho una pessima memoria. Quindi ogni volta che trovavo una foto, una registrazione, un documento non sapevo collocarlo. È stato come ricomporre un puzzle. Sono rimasto stupito io stesso dalla quantità di materiale trovato. Forse avrei preferito dedicarmi a comporre nuova musica, ma è stato un atto dovuto ai nostri fan».
Le ristampe andrebbero ascoltate in vecchio vinile, o va bene anche il digitale?
«Le nuove tecnolgie, nel complesso le tollero. Certo l’mp3 suona diverso, ma non lo considero una minaccia per la musica».
Il pubblico temeva che la Blues Explosion fosse un capitolo chiuso, invece vi eravate solo presi un lungo periodo di pausa (quasi sei anni)?
«Siamo insieme dal 1991, la ricetta per rimanere assieme è stata lasciare a ciascuno lo spazio ed il tempo per altre collaborazioni».
Le sue influenze?
«Mi piace la musica che mi fa sentire vivo, che ha qualcosa di gioioso, sensuale e ironico. Il primo Elvis, la Sun Records, i bluesman degli anni ’30 come Robert Johnson. R.L. Burnside, Little Richard o Jerry Lee Lewis incarnano il mio ideale di rock’n’roll. Non credo che Bruce Springsteen o i Radiohead siano rock’n’roll».
Come vede il mercato discografico?
«Il music-business è corrotto, ma c’è sempre modo di circumnavigarlo, di fare le cose da sé (il do it yourself insegnatoci dal punk). L’etica del punk e dell’hardcore è stata importante per me».
Ha collaborato con molti artisti di grande fama come R.L. Burnside (anche con Eros Ramazzotti, ma sembra non parlarne volentieri…). Con chi altri le piacerebbe lavorare in futuro? 
«Avrei sempre voluto suonare con il cantautore americano Tony Joe White. E poi vorrei lavorare con il produttore inglese David Holmes».

Elisa Russo, Il Piccolo 03 Giugno 2011