Tutto esaurito al Teatro Miela per il concerto degli Heavy Trash di Jon Spencer. Una lunga e generosa performance (quasi due ore), in un’atmosfera caldissima e di festa che rimarrà a lungo nel cuore dei presenti: uno di quegli eventi che vorremmo vedere più spesso in città. Jon Spencer, apostolo del rock’n’roll primordiale, si presenta con uno dei suoi classici abiti di scena: giacca nera ricamata e camicia a fiori vecchio stile. Prima hanno suonato i canadesi The Sadies, rimasti poi sul palco come backing band degli Heavy Trash. Al gruppo di Toronto (in formazione: Mike Belitsky, Sean Dean ed i fratelli Dallas e Travis Good) si uniscono Matt Verta-Ray e Spencer. Sono in sei sul palco, ma il re di New York catalizza talmente l’attenzione che reggerebbe lo show anche da solo. Ha una voce impeccabile, suona la chitarra con trasporto, suda come un matto, si contorce e soprattutto crea un flusso di comunicazione continua con il pubblico di «ladies and gentlemen» (formula ripetuta di continuo). Ha qualcosa che non s’impara e non si pianifica a tavolino: la magia che rende un artista “qualcuno in un mare di nessuno”. Heavy Trash è musica fuori dal tempo, così radicata nei classici da risultare immortale. Perché, estendendo alla musica quanto scrisse Italo Calvino riguardo ai libri, “un classico non ha mai finito di dire quello che deve dire”. Ci sono storie che non ci stancheremo mai di farci raccontare. L’immaginario anni ’50. Il momento in cui i bianchi “rubano” il blues ai neri. Elvis Presley, Johnny Cash, il gospel, James Brown, la Sun Records. Spencer ci trascina nello studio di Sam Phillips, nel momento in cui un giovane Elvis cantava «That’s all right mama» e il produttore esultava: «Io ne faccio un disco!». Al rockabilly si uniscono però tutte le influenze accumulate da Spencer con le sue band precedenti: Pussy Galore, Blues Explosion, Boss Hog. Sul palco cita i Rolling Stones e con i Pussy Galore aveva coverizzato in maniera strampalata tutto «Exile on Main Street»: tutto ritorna. Rimane l’amore per il punk, irriverente, barbaro ed animalesco evidente in un brano come «I Want Oblivion» in cui urla: «tutti mi guardano come fossi uno scherzo della natura!». Spencer recita un blues come un predicatore del vecchio West, la morale della storia raccontata è: tra i soldi e l’amore io ho scelto l’amore. Concetto applicabile anche alla sua carriera, in cui la passione è sempre venuta prima del portafogli. La commistione dei generi qui diventa ancora più evidente: al vecchio blues sembra unirsi il linguaggio dell’hip hop o della slam poetry. Durante il concerto Spencer chiede per un attimo di chiudere le luci, così che ci si possa rilassare tutti e racconta di come i suoi testi spesso traggano ispirazione dalla vita di tutti i giorni. La scaletta pesca a piene mani dall’ultimo cd «Going Way Out With Heavy Trash»: dagli episodi più veloci come «Outside Chance» e «Way Out» alla romantica «Crying Tramp». Jon Spencer, se ce ne fosse ancora bisogno, è la prova vivente che il rock’n’roll e il blues non sono affatto morti come qualcuno si ostina a dire da anni. Ed è la prova che forse un giorno cd e vinile si estingueranno sostituiti da supporti virtuali, ma gli spettatori avranno sempre voglia di un’esperienza fisica e coinvolgente come il concerto dal vivo.

Elisa Russo, Il Piccolo 02 Febbraio 2008

Elisa Russo

Elisa Russo

Si occupa di musica e spettacoli su stampa, radio, tv e web. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Spesso lavora in coppia con il fratello Ricky. The Russos hanno ideato, scritto e condotto il programma musicale “In Orbita”, in onda su Tv Capodistria (Slovenia) e su Radio Capodistria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close
Close