Posted on: 21 Febbraio 2008 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Laetitia Sadier sale sul palco del Teatro Miela in punta di piedi, quasi avesse paura di disturbare. Imbraccia la chitarra timidamente e con altrettanta discrezione si sistemano sul palco la bionda bassista Marie Merlet, il tastierista (e chitarrista) Nicolas Etienne, il batterista David Loquier. È subito chiaro quale sarà il tono della serata: sussurrato. «Toc Toc» dice la Sadier per attirare l’attenzione del pubblico che quasi non si capacita di una comparsa degli artisti così mesta, e finalmente scatta il primo applauso, a riscaldare una serata che non diventarà mai incandescente. La prima canzone è «Invitation», e subito la chanteuse di Bordeaux scherza – in italiano – sul nome del suo progetto (“Monade”), che – come le avrà spiegato qualche autoctono – suscita qualche imbarazzo e ilarità per chi mastica il dialetto di queste parti. E ci sarà proprio una canzone dedicata alla molteplicità di lingue che ci sono in giro per l’Italia: «Lost Language». I pezzi sono volutamente monocordi, ma la performance è abbastanza breve: ottimo accorgimento per evitare di scivolare nella noia della ripetitività. Meglio rilassarsi, senza grandi pretese e farsi cullare dalle melodie suadenti imbastite dalla cantante degli Stereolab. Un post-rock con un pizzico di Air e Charlotte Gainsbourg e tanto pop francese retrò. Musica che non starebbe male come colonna sonora di un film di Sophia Coppola. Molti brani sono nuovissimi, tratti dal terzo cd della band, appena uscito e intitolato «Monstre Cosmic», tra i migliori: «Messe Joyeuse», «Regarde», ed «Étoile». Monade è un progetto piccolo, nato in cameretta come spiega la Sadier. Viene da pensare che sia semplicemente il suo giocattolo per quando non è impegnata negli Stereolab, che hanno appena finito di registrare un nuovo album intitolato «Chemical Chords» in uscita ad agosto.
«Il mio progetto solista, mi assorbe parecchio – spiega la cantante prima dello show -, specie quando esce un disco, perché è come occuparsi di un bambino: bisogna nutrirlo per farlo crescere, e noi vogliamo che questo disco sia un bimbo sano perché ne siamo molto orgogliosi». Sicuramente è un bambino che deve ancora crescere parecchio, specie se paragonato all’ormai adulto e maturo progetto Stereolab.

Elisa Russo, Il Piccolo 21 Febbraio 2008