Posted on: 28 Gennaio 2009 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

 

Le Luci Della Centrale Elettrica sarà in concerto al Teatro Miela, sabato alle 21.30, nell’ambito della rassegna «Madeinmiela 2009». Vasco Brondi è stato una delle rivelazioni del 2008 con il suo debutto «Canzoni da spiaggia deturpata» (La Tempesta/Venus). Ha già suonato a Trieste, all’Etnoblog e per il Tetris ai Giardini di Via San Michele, ma sto giro porta uno spettacolo diverso. Non da solo ma con Giorgio Canali e una violinista. Vasco sta scremando un po’le interviste, dice che stavano diventando un po’troppe, tipo due al giorno. Quindi fa solo le interviste per promuovere le date. Io e Ricky l’abbiamo sentito per una chiacchierata che è andata in parte in onda su Radio Capodistria (lunedì alle 18, sarà in replica sabato alle 23), e un’altra parte su Il Piccolo di oggi. Qui di seguito la trascrizione integrale.

Come stai Vasco?

«Bene dài. Abbiam fatto un inverno molto intenso, soprattutto dicembre con una ventina di date in un mese. Adesso la situazione si è un po’tranquillizzata».

Nella prima intervista radio a In Orbita, stavi cucinando la pasta…

«Sì, probabilmente alle quattro del pomeriggio! I miei ritmi, e la mia dieta mediterranea sono rimasti quelli».

Direi che ha portato benissimo. Metti su l’acqua! Così il prossimo anno sarai una star internazionale!

«Ok. Mi do una toccata scaramantica!». (risate)

Comunque, ne sono successe di cose dal 2007. Il disco «Canzoni da Spiaggia Deturpata» ha ricevuto la Targa Tenco nel 2008 come migliore opera prima; eppoi ti sei beccato copertine su «Rumore», «Blow Up»; «Rock It» ha scritto: “Un altro Vasco è possibile”. Jovanotti parla bene di te su «GQ», sei andato a Londra con Vinicio Capossela… cos’è successo ancora? Hai venduto tanto, ti sei comprato la limousine!?

«No no, assolutamente! Dal punto di vista finanziario le cose cambiano poco e niente. Sono andato a vivere a Bologna invece che a Milano, perché costava meno. Condivido la casa con altre cinque persone, da quanto sono diventato ricco! Studentesse, quindi va anche bene».

E prima, quanti eravate a Milano? 10?

«No in 4…».

Vasco, stai raccontando una generazione, secondo la stampa… secondo “quelli che ne sanno”…

«Non spetta a me dirlo e non credo neanche che esista una denominazione per definire questa una generazione, penso che sia molto complessa la realtà e molto diversi tutti noi. Quindi la connotazione anagrafica definisce molto poco. Non c’è più contrapposizione tra una generazione dei figli con quella dei padri, né una solidarietà tra quelli di una cosiddetta generazione. C’è più un si salvi chi può. O tutti contro tutti?… spero di no. Io mi sono limitato a parlare di una cosa che mi riguardava da vicino, che toccava me e i miei amici, la città in cui stavamo etc. Vedere che ci sono tante altre persone che si sentono rappresentate in questo, un po’mi sorprende un po’ mi potrebbe anche spaventare, ma anche no».

Sei contento di tutta questa visibilità?

«Sono contento di alcune cose. Di altre meno.

Non mi sono mai messo a fare questo per avere poi la soddisfazione di vedere i locali pieni. Onestamente, sembra falsa modestia, ma è davvero una cosa molto secondaria. Le canzoni sono venute fuori 3/ 4 anni fa con passione e sacrificio ancora maggiore di quello di adesso. Quindi non mi spaventa la pressione che mi trovo addosso in questo periodo per il nuovo disco. Per me è importante continuare a fare le mie cose, non mi sento di dover dimostrare niente a nessuno. Se è piaciuto a un po’ di gente questo disco, bene. Il prossimo disco può piacere solo a me, ai miei amici e basta, ad altre persone… non è che mi gratifica più di tanto. Mi gratifica fare quello che voglio fare».

Tutto è molto spontaneo, niente è studiato a tavolino. “C’è forza nelle tue parole”, e anche una gran urgenza comunicativa. Hai raccontato gli anni zero con la chitarra acustica presa a rate e le corde vocali infiammate.

«La chitarra nel frattempo si è anche rotta, in un mega incidente che abbiamo fatto andando ad un concerto. La chitarra è andata. Adesso altre rate! E altre corde vocali infiammate. Infatti sono partito per un tour al sud il 26 dicembre con 38 di febbre secco. Sono sempre un po’allucinato. Ho bisogno di fermarmi 3/ 4 mesi… e rimettere la situazione psico fisica apposto. Alla fine sono due anni che non mi fermo un attimo. La mia vita sta coincidendo al 100% con Le Luci della Centrale Elettrica e penso che non sia giusto, vorrei anche riprendere la mia vita sotto il palco».

Al Miela chi ti accompagna?

«Sul palco Giorgio Canali, in tour con me da ottobre a metà marzo. Abbiamo ri-arrangiato ulteriormente i pezzi. Ci scambiamo le chitarre acustica elettrica ci mettiamo in mezzo delle cose che leggo, mischiate anche a canzoni di Rossofuoco: insomma uno spettacolo nuovo. Il concerto si è articolato. C’è anche Daniela che suona il violoncello. Sto sperimentando un po’ di cose che magari finiranno nel prossimo disco. Lei dà un apporto molto importante: una parte più classica melodica che fa da collante alle chitarre che sono più stonate, arrabbiate. Mi piace moltissimo, in futuro mi piacerebbe approfondire questo aspetto: un mix tra le cose più elettriche e furiose, e quella più classica e tranquillizzante per fare uscire lo scontro tra queste due cose. Mettere insieme il cantautorato classico e una parte che viene da tutt’altro pianeta».

Ci sono anche pezzi nuovi?

«Sì, già molte cose, bisogna solo farci un po’ di falegnameria sopra. In concerto ci sono diverse anticipazioni di quello che ci sarà nel prossimo disco».

Sei preoccupato per il secondo disco?

«In realtà no. È la cosa più bella che si possa fare, fare un disco! E quindi è molta di più la gioia, la voglia di mettersi a scrivere, a finire queste cose che la preoccupazione. In realtà ho sempre i piedi per terra. Dentro di me so che questo disco potrebbe già avermi dato il massimo di visibilità che mai avrò nella mia specie di vita artistica. Il prossimo potrà averne di più, di meno: non ha importanza. Potrei dire che l’importante è non lavorare forse! (ride). Ma anche lavorare insomma, non è un problema».

Ti hanno messo addosso delle grosse responsabilità paragonandoti a De André, Rino Gaetano, CCCP…

Eppoi nella scrittura e nell’immaginario Pazienza, Tondelli. Nei tuoi testi non c’è autobiografia, prendi molte cose del passato ma nonostante questo il disco è in linea con il nostro tempo.

«Prendo delle tracce del passato che sono completamente nel presente. Forse non c’è autobiografia nel senso che non è un reality show sta roba. Non è mia biografia ambulante ma proviene da quello che ho attorno, da quello che c’è. È sicuramente complesso, non sono solo storie mie. Per questo il progetto si chiama Le Luci Della Centrale Elettrica e non ha il mio nome. Perché viene da un contesto, c’era già tutto nell’aria, non ho fatto altro che codificarlo, riassumerlo, metterci sotto degli accordi. Non mi sento queste pressioni. Non mi sento responsabilità, i problemi, le ansie sono ben altri in questo momento».

Il tuo successo è stra meritato. Poi il successo commerciale è molto difficile di questi tempi…

«Mi fa contento che la mia musica sta uscendo da quello che è solo il circuito musicale. E da quello indipendente soprattutto. Sono più contento quando riesco a prendermi uno spazio che normalmente non doveva essere mio. Quando esce qualcosa su una rivista non musicale sono molto più contento di quando esce su una rivista musicale (per carità, ben venga anche quello). O se ti chiamano a fare una cosa televisiva: lì affronti le peggiori critiche dal pubblico dei cosidetti tarati della musica indipendente. Indipendente da cosa poi, non si è mai capito… probabilmente dall’intelligenza. L’importante è andare a prendersi questi spazi, se no non possiamo lamentarci della cultura medioevale che abbiamo in Italia di Gigi D’Alessio e cose di questo tipo, se poi chiudiamo sempre di più i recinti. Ben vengano gli Afterhours che vanno a Sanremo, per una volta ci sarà una bella canzone. O i Baustelle e i Subsonica che sono popolari: io vedo assolutamente di buon occhio questo. Io vorrei che le mie canzoni fossero il più popolari possibile. No di certo per della gente che passa la vita in internet a essere al servizio di queste persone per fare l’intervista sulla loro web zine».

Nel frattempo è uscito anche il tuo primo libro “Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero”.

«È uscito questo piccolo libricino autoprodotto per una casa editrice di Bologna, sarà ristampato ad autunno per una casa editrice più grande e si troverà nelle librerie. Adesso si trova al banchetto dei concerti o ordinandolo su internet. La prima tiratura di mille copie è praticamente finita. Ed è una cosa di cui sono contento. È una fotografia di un anno. Didascalie di diverse giornate. Senza tante pretese. Ma mi piaceva comunque condividerlo».

Hai tempo per scrivere in questo periodo?

«In realtà per quanto uno è in giro… sì scrivo molto in furgone. O in albergo. Difficilmente le cose da scrivere escono oggi pomeriggio che sono in casa sul letto e avrei tempo. Le prime scritture delle canzoni vengono sempre fuori nei momenti più improbabili. Poi ci si lavora sopra con calma relativa. Non credo che la calma e la comodità siano fondamentali per fare le cose. La scomodità, essere nel mezzo di qualcosa di cui ci si renderà conto… bhò…da morti magari!».

Da morti?!

«È importante vivere le cose allo sbaraglio. E allora si intercettano delle sensazioni, dei sentimenti, delle storie che si possono poi rappresentare».

Uno dei temi ricorrenti del tuo disco di debutto è la periferia, la provincia. Da qua mi ricordi molto certi discorsi fatti dai CCCP che dicevano che Reggio Emilia poteva essere il centro del mondo o anche il Great Complotto di Pordenone. “Pordenone può essere Londra, ma Londra non può essere Pordenone”, come diceva Miss Xox.

(Risate)

«Grandioso! Io mi sento molto attinente a questo discorso che magari è mancato per un po’ nella musica ma è fondamentale. Il fatto di rappresentare questi posti, produrre dei sogni anche in paesaggi orrendi o realtà che sembrano abbastanza grigiastre e monotone. Penso che sia importante vivere questi luoghi, che sono i posti che abbiamo a disposizione e da cui si può sempre andarsene, che però non sono né meglio né peggio spesso di altri posti, in altri tempi».

Gino Paoli da Fazio ha detto che le arti si intersecano, si può dipingere anche con le parole. Il disegno di Gipi sulla tua copertina non è casuale…

«Sono d’accordo anche perché un musicista non lo sono di sicuro. Suonare la chitarra è una delle cose che so fare peggio nella vita. Le canzoni le vedo un po’come i fumetti. Come delle vignette in bianco e nero con un sacco di parole sullo sfondo e magari dei disegni minuscoli. Le parole in questo disco hanno prevalso. La musica è in bianco e nero, le parole sono protagoniste. Le parole per arrivar in un certo modo hanno poi bisogno di un’atmosfera, di un mondo che si crea con la musica».

Elisa Russo, in parte su Il Piccolo 28 Gennaio 2009