Posted on: 15 Aprile 2007 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

I Marta Sui Tubi sono considerati una delle realtà più brillanti della scena indie italiana. La loro esibizione sul palco del Teatro Miela, nell’ambito della rassegna «Ritratti Italiani», ha confermato pienamente i giudizi lusinghieri di critica e pubblico. Giovanni Gulino (voce e synth), Carmelo Pipitone (chitarra e voce) e Ivan Paolini (batteria), hanno convinto e conquistato i presenti, forse più del previsto. Questo trio di siciliani trapiantati al Nord, ha scosso la scena underground con l’album «Muscoli e Dei», che è valso loro il riconoscimento come miglior gruppo del 2004 al Meeting delle Etichette Indipendenti (MEI). Dopo un tour de force di live, che li ha aiutati a maturare parecchio, sono tornati nel 2005 con un disco dal beffardo titolo «C'è gente che deve dormire», album con ospiti illustri quali Bobby Solo, Paolo Benvegnù e Moltheni. Mescolano sapientemente: canzone d’autore, sperimentazione, echi grunge, assalti folk-rock. Sono freschi, musicalmente preparati, originali, ironici. Pura gioia per le orecchie, grande interazione con il pubblico, buon feedback. Vibrazioni positive e calore del Sud. Aprono il concerto con l’esplosione nervosa di «Perché Non Pesi Niente», seguita da «Cenere», «Muscoli e Dei», «Via Dante», «Vecchi Difetti». La scaletta lascia fuori pochissimi brani, si può dire che hanno generosamente eseguito pressoché tutto il repertorio tratto dai due dischi all’attivo. Ottima la scelta dell’unica cover: «River of Deceit» dei Mad Season. Il supergruppo di Seattle (Layne Staley, Mark Lanegan, Mike McCready…) che incise un unico indimenticabile album intitolato «Above». Compito non facile riproporre un brano interpretato dallo scomparso leader degli Alice in Chains, con un testo doloroso e autobiografico. Da momenti di pathos e raccoglimento così alti, si passa con disinvoltura a siparietti comici dove la canzoncina della vecchia fattoria sfocia in benevola presa in giro di Tiziano Ferro, o dove il batterista abbozza un’imitazione di Battiato. Difficile da credere, ma i due estremi non stridono affatto nell’insieme dello show. Intensa e dilatata l’esecuzione del singolo «L’Abbandono» che recita: «L'educazione non prevede che/ si possa andare via bene/ senza stare un poco male/ per l'alba che c'è in me/ in fondo anche un pianeta non è altro che una scatola un po' sferica/ le cose che non ho portato via erano quelle che non hai voluto/ quelle che ho scartato prima di andar via/…sono un infinitesimo di te di me e di te, solo una parte infinitesima». A seguire un altro colpo ben assestato: «L’Amaro Amore»: «Aggiungerò quanto basta di quello che resta di me/ mescolerò lacrime ghiacciate e/ spremute di dolore/ l'amore amaro si prende solo per/ corrispondenza di stupidità». Gulino invita il pubblico a comprare i loro cd e magliette «per salvare tre giovani dall’occupazione», ironica constatazione di come in Italia si possa essere incensati da critica e pubblico ma non poter permettersi di fare i musicisti di professione. Cosa che il trio siciliano meriterebbe. Acclamati per i bis tornano sul palco e regalano ancora tre canzoni: «Sole», «Equilibrista» e «Post». "Una piccola bomba per il panorama musicale italiano": il mensile Blow Up ci aveva proprio azzeccato.

Elisa Russo, Il Piccolo 15 Aprile 2007