«Credo che il ruolo di un artista sia sempre quello di offrire una lettura dei tempi a cui appartiene, e creare con il suo materiale dei messaggi che abbiano un impatto molto più forte di quello dei concetti»: il percussionista triestino Maurizio Ravalico, che vive a Londra da quasi trent’anni e da dieci passa anche lunghi periodi a Berlino (nella sua carriera ha collaborato con una lista di nomi sorprendente, tra cui Paul McCartney, James Taylor e Jamiroquai) racconta ciò che sta dietro al suo nuovo video “It Used to Be Buzzing with Insects Here”: «Mentre stavo sperimentando nuove combinazioni del materiale percussivo sul quale si articola il mio solo – prosegue – alcune sonorità particolarmente drammatiche si sono associate nella mia mente a un tema che mi sta molto a cuore: l’estinzione di gran parte delle forme di vita del pianeta, un avvenimento rarissimo nella storia della Terra, e l’ancor più sorprendentemente rara opportunità di testimoniarlo durante il corso della nostra vita. Un evento apocalittico di cui siamo gli innegabili artefici, e di cui allo stesso tempo possiamo essere gli unici possibili riparatori (sempre che non sia già troppo tardi). Man mano che sviluppavo questa nuova composizione, i suoi vari episodi si fondevano con idee quali l’emergenza, l’ammonimento, il lutto, la fine delle cose e ho deciso di filmare una performance di questo pezzo in un prato estivo, uno scenario che mi riporta sempre alla mente il chiassoso brulicare di insetti che associo con la mia infanzia, e che sta diventando un paesaggio sonoro sempre più raro». Mentre l’artista triestino stava completando il montaggio del video si è presentata l’emergenza del Coronavirus: «Che si manifesta come un esperimento sociale di portata planetaria, in cui dopo settant’anni all’Occidente viene nuovamente ricordato che le certezze e gli equilibri sui quali si àncora la nostra vita possono venir scardinati nel giro di poche settimane. L’Apocalisse è sempre una faccenda relativa: la fine non è mai di tutto, ma piuttosto delle cose a cui ci relazioniamo, nelle quali ci identifichiamo; i veri cambiamenti nella vita avvengono spesso solo quando il pericolo e il dolore ci toccano personalmente e in ogni caso, anche se l’umanità dovesse estinguersi e trascinare con sé 95% della vita del pianeta, questa non sarebbe sicuramente la fine del mondo: le poche centinaia d’anni che abbiamo impiegato per devastare la biosfera sono molto meno di uno starnuto nella scala della vita della Terra, che ne ha già viste di tutti i colori, ed è perfettamente in grado di prendersi cura di sé stessa». La forzata assenza dai palchi ha spinto Ravalico a concentrarsi sulla chiusura del video e anche a portare a termine un album che da anni aveva nel cassetto: «Nessuno di noi ha mai smesso di creare musica in questo periodo: è una compulsione che appartiene alla vita quotidiana, a prescindere dal fatto che ci sia lavoro o meno. Quello che veramente sta mancando in questi mesi è la socialità della musica, componente importantissima della vita di un artista, che appartiene al mondo della musica dal vivo e non è rimpiazzabile». Aggiunge anche un’informazione più personale: «Mi sono ammalato, quasi subito, all’inizio di marzo; se qualcuno avesse ancora dei dubbi il Coronavirus non è una balla: me lo sono beccato, e in forma piuttosto grave. L’aver fatto i conti con l’imminenza della morte è un’altra di quelle cose che ti motivano a terminare ciò che hai iniziato e a smetterla di procrastinare e disperdere energie».

Nel 2018 è uscito il suo primo album di sole percussioni, “Nobody’s Husband, Nobody’s Dad” per l’etichetta londinese Funkiwala e ha partecipato al terzo album del gruppo di jazz modale Collocutor, “Continuation”. «Il mio prossimo passo è una residenza di un mese in Normandia in cui prepareremo uno spettacolo per il 2021: si tratta di un duetto per una danzatrice e un percussionista che mi sta entusiasmando molto. Spero che prima dell’autunno riprenda almeno qualcuno dei concerti nei bar di Trieste, sono situazioni in cui, anche dopo trent’anni di assenza, continuo sempre a sentirmi a casa, alcuni tra gli amici più cari che ho sono non solo musicisti, ma anche triestini. E uno dei pochi festival in Italia che quest’estate non sono stati cancellati è il “Note e Parole in Rifugio”, una rassegna di concerti molto intimi in giro per i rifugi delle Alpi Giulie, se va tutto liscio parteciperò con un duetto per voce recitante e percussioni con l’attore Luca Fantini».

 

Elisa Russo, Il Piccolo 23 Giugno 2020

 

 

 

 

Intervista integrale

Ci eravamo sentiti nel 2017 per l’uscita dell’album del progetto Fiium Shaarrk… Ti chiedo dunque di aggiornarci sulle principali cose di cui ti sei occupato da allora.

Beh, il 2018 è stato l’anno in cui è uscito il mio primo album di sole percussioni, “Nobody’s Husband, Nobody’s Dad” (questo qua, ndr). Mi ricordo che te ne parlavo proprio alla fine della nostra ultima intervista: avevo allora in programma di sviluppare il repertorio dal vivo durante l’estate, e registrare l’album entro la fine dell’anno (2017), ed è esattamente così che poi sono andate le cose. L’album è uscito nel 2018 con l’etichetta londinese Funkiwala, e durante lo stesso anno, e quello seguente, l’ho presentato dal vivo in varie rassegne in giro per la Germania e il Regno Unito.

L’altro progetto degno di nota a cui ho partecipato creativamente in questi due anni è il terzo album del gruppo di jazz modale Collocutor, “Continuation”, che rappresenta un ulteriore approfondimento del personalissimo stile di questa band, capeggiata dalla sassofonista Tamar Osborn. In questo ultimo albumil gruppo si è ridotto da settetto a quintetto, per ovvie praticità economiche ma anche per un bisogno di piú ampio respiro musicale, e io mi sono ritrovato ad essere l’unico percussionista; una sfida che ho accettato di cuore, e che mi sta facendo scoprire nuove sfaccettature del rapporto col mio strumento.

 

  • Vivi sempre a Londra?

Guarda, la versione ufficiale è che da parecchi anni io stia passando metá del mio tempo a Londra e metá a Berlino; ma le circostanze hanno fatto sí che gli ultimi due anni li abbia passati quasi esclusivamente a Londra. Ció è dovuto in parte al fatto che il mio album da solo è uscito con un’etichetta londinese, e ho voluto stare qui per seguire tutto il processo di persona; un altro fattore è che nel frattempo è scoppiata anche la Brexit, e all’inizio non si capiva nulla di quale sarebbe stato il destino di noi immigrati dall’Europa. Ho dunque pensato che una mossa cauta fosse quella di ingrossare un po’ le mie presenze documentate in Inghilterra, just in case, almeno fino a che non si siano definite meglio le cose. Adesso non è che la situazione sia tanto più chiara, ma almeno ho ottenuto un documento che attesta i miei diritti a continuare a vivere e lavorare indefinitivamente in Inghilterra, il che significa che cominceranno di nuovo a vedermi di meno qui, e piú spesso a Berlino.

 

  • In questo periodo hai mantenuto il contatto con Trieste e qualche collaborazione con i musicisti triestini?

Il caso vuole che alcuni tra gli amici più cari che ho al mondo siano non solo musicisti, ma anche triestini. Quando vengo giù a Trieste mi faccio sempre delle belle suonate, ma si tratta prevalentemente di situazioni amichevoli, piuttosto che collaborazioni a dei progetti specifici. Detto questo, ti preannuncio che uno dei pochi festival in Italia che quest’estate NON sono stati cancellati è il “Suoni e Parole in Rifugio”, una rassegna di concerti molto intimi in giro per i rifugi delle Alpi giuliane. Non ti dó date precise perché la conferma ufficiale non è ancora arrivata, ma se va tutto liscio parteciperò con un progetto molto interessante: un duetto per voce recitante e percussioni assieme all’attore Luca Fantini.

 

  • Parliamo del tuo nuovo video “It Used to Be Buzzing with Insects Here”: tutto quello che mi puoi raccontare.

È una cosa che ha preso forma gradualmente nella mia testa. Mentre stavo sperimentando nuove combinazioni del materiale percussivo sul quale si articola il mio solo, alcune sonorità particolarmente drammatiche si sono inestricabilmente associate nella mia mente a un tema che mi sta molto a cuore: l’estinzione di gran parte delle forme di vita del pianeta; un avvenimento rarissimo nella storia della Terra, e l’ancor piú sorprendentemente rara opportunitá di testimoniarlo durante il corso della nostra vita. Un evento apocalittico di cui siamo gli innegabili artefici, e di cui allo stesso tempo possiamo essere gli unici possibili riparatori, con delle possibili soluzioni che possono concretizzarsi solo con una monumentale revisione di tutte le nostre abitudini, le nostre aspettative e tutti i livelli delle nostre dinamiche economiche. Sempre che non sia giá troppo tardi per riparare alcunché.

Credo che il ruolo di un artista sia sempre quello di offrire una lettura dei tempi a cui appartiene, e creare con il suo materiale dei messaggi che abbiano un impatto molto più forte di quello dei concetti. Man mano che sviluppavo questa nuova composizione, i suoi vari episodi si fondevano con idee quali l’emergenza, l’ammonimento, il lutto, la fine delle cose; e cosí ho deciso di filmare una performance di questo pezzo in un prato estivo, uno scenario che mi riporta sempre alla mente il chiassoso brulicare di insetti che associo con la mia infanzia, e che sta diventando un paesaggio sonoro sempre più raro. Con i sottotitoli dei vari movimenti poi, ho cercato di cementare queste idee, e legarle indissolubilmente alla fruizione del pezzo: sottotitoli come “50 Years of Warning” e “The Million Species’ Funeral March” per intenderci.

Poi, mentre stavo completando il montaggio del video si è anche presentata l’emergenza del Coronavirus, che si manifesta come un esperimento sociale di portata planetaria, in cui dopo settant’anni all’Occidente viene nuovamente ricordato che le certezze e gli equilibri sui quali si àncora la nostra vita possono venir scardinati nel giro di poche settimane; e questo si lega in qualche modo alla necessitá di una revisione radicale dello stile di vita di tutti noi di cui parlavo prima. L’Apocalisse è sempre una faccenda relativa: la fine non è mai la fine di tutto, ma pittosto quella delle cose a cui ci relazioniamo, nelle quali ci identifichiamo; i veri cambiamenti nella vita avvengono spesso solo quando il pericolo e il dolore ci toccano personalmente, e in ogni caso, anche se l’umanitá dovesse estinguersi, e trascinare con sè 95% della vita del pianeta, questa non sarebbe sicuramente la fine del mondo: le poche centinaia d’anni che abbiamo impiegato per devastare la biosfera sono molto meno di uno starnuto nella scala della vita della Terra, che ne ha già viste di tutti i colori, ed è perfettamente in grado di prendersi cura di sè stessa.

 

Tutti questi pensieri si sono intrecciati durante il concepimento del pezzo, che alla fine ho deciso di accompagnare anche con un testo, in cui faccio delle considerazioni simili a quelle che ho appena fatto qui.

(Dopo tutte queste chiacchiere io inviterei tutti ad andare a vedere il video, e spero che almento nella versione digitale di questa intervista includerai il link: https://youtu.be/tHqzp5IA9Pk)

 

  • Come hai vissuto questi mesi difficili?

Beh, in parte ho già iniziato a risponderti nel paragrafo precedente. Questa forzata assenza dai palchi ha significato per molti musicisti un incremento di attivitá come la composizione, la produzione, registrazioni a distanza; nel mio caso uno dei risultati di questa prolungata clausura è stato il completamento di cose come, per l’appunto, il mio nuovo video; ma sto anche finalmente portando a termine un album che avevo finito di registrare parecchi anni fa, e che per anni ha continuato a rimanere immobile nei miei scaffali mentre io correvo dietro a lavori pagati. Vedi, nessuno di noi ha mai smesso di creare musica in questo periodo: è una compulsione che appartiene alla nostra vita quotidiana, a prescindere dal fatto che ci sia lavoro o meno; non è quello il problema. Quello che veramente sta mancando in questi mesi è la socialitá della musica: l’uscire di sera per andare a vedere quello che fanno gli altri, incontrarsi e scambiare idee, mettere le rispettive creativitá a confronto e alimentarsi a vicenda; è una componente importantissima della vita di un artista, appartiene al mondo della musica dal vivo e non è rimpiazzabile in alcun altro modo.

Poi se vuoi un’informazione più personale, mi sono ammalato, quasi subito, all’inizio di marzo; se qualcuno avesse ancora dei dubbi il coronavirus non è una balla: me lo sono beccato, e in forma piuttosto grave anche. L’aver fatto i conti una volta ancora con l’imminenza della morte è un’altra di quelle cose che ti motivano a terminare le cose che hai iniziato, e a smetterla di procrastinare e disperdere energie con scuse sciocche.

 

  • E cosa ti aspetta nei prossimi?

Prima che scoppi questo casino avevo un bel programmino per tutta la primavera e l’estate, con lavori in Francia, Italia e Germania. Fortunatamente alcuni di questi ingaggi, invece di svanire nel nulla, sono stati solo posposti di alcuni mesi, e adesso il mio prossimo passo è una residenza di un mese in Normandia, in giugno, in cui prepareremo uno spettacolo per il 2021: si tratta di un duetto per una danzatrice e un percussionista; un progetto che mi sta entusiasmando molto, con un gruppo di danza chiamato Silenda.

Poi vedremo: in questi tempi non si può programmare nulla con tanto anticipo, ma una volta che sono in Europa vorrei rimanerci a questo punto fino alla fine dell’estate; c’è il festival nei rifugi a fine luglio, c’è Berlino, da cui manco da troppo tempo, e in ogni caso qui a Londra il calendario piange fino ad ottobre/novembre. Spero che prima dell’autunno riprenda almeno qualcuno dei concerti nei bar di Trieste; sono situazioni in cui, anche dopo trent’anni di assenza, continuo sempre a sentirmi molto, molto a casa.

Elisa Russo

Elisa Russo

Si occupa di musica e spettacoli su stampa, radio, tv e web. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Spesso lavora in coppia con il fratello Ricky. The Russos hanno ideato, scritto e condotto il programma musicale “In Orbita”, in onda su Tv Capodistria (Slovenia) e su Radio Capodistria.
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