Posted on: 12 Febbraio 2011 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Sabato, alle 21.30, i triestini Maxmaber Orkestar presentano il loro nuovo cd “Malinkovec – in corte Federigovez” allo Stabilimento Ausonia di Riva Traiana. Il disco, curato nella parte grafica dall’artista Jan Sedmak, è una miscela di tradizioni popolari yiddish, balcaniche e sefardite, testi in dialetto triestino del poeta Pietro Isoni e canti popolari, in una metamorfosi continua di culture mitteleuropee e mediterranee, con una sorpresa finale: un remix a cura di Glitch, che si è occupato anche della fase finale di mastering.
La serata, organizzata da Radio Fragola, prevede i dj set di Stoner Batman; l’ingresso è libero.
La formazione ha subito variazioni negli anni. Chi vedremo all’Ausonia?
«Attualmente il gruppo è composto da me» spiega Max Jurcev (fisarmonica e voce),
«Alberto Guzzi (sax soprano, voce), Adriana Giacchetti (percussioni, voce), Valentino Pagliei (contrabbasso), Aleksandar Altarac (chitarra acustica, voce), Fabio Bandera (percussioni), Paolo Bernetti (tromba). In certe occasioni abbiamo suonato anche in 15. Ci sono state tante collaborazioni, anche temporanee. Siamo duttili: festival, locali, matrimoni, feste di ogni genere, manifestazioni, colonne sonore, teatro, presentazioni di libri…».
La vostra collaborazione con il collettivo Wu Ming in cosa consiste?
«In occasione dell’uscita del loro libro “Altai” (Einaudi), siccome apprezzavano le atmosfere da noi create, ci hanno chiesto di accompagnarli con la nostra musica nelle presentazioni».
Com’è il vostro pubblico?
«Assortito e sparpagliato. La nostra storia è di apertura verso l’esterno. I posti per suonare a Trieste sono pochi. Allora siamo andati in giro costruendo una rete di contatti e di opportunità interessanti, in luoghi significativi per noi: Bosnia, Napoli, Calabria, Danimarca, Spagna, Austria, Francia. Girovagando e collaborando con musicisti incontrati in viaggio».
I concerti che ricordate di più?
«Quelli più intensi che ci hanno lasciato un segno sono stati in Bosnia, abbiamo vissuto momenti speciali a Sarajevo e Srebrenica. Abbiamo la faccia tosta di riproporre brani popolari che sono loro. Portare pezzi della loro cultura e riarrangiarli, crea un contatto forte con le persone. Non siamo filologici, contaminiamo la musica balcanica, rom e klezmer col dialetto triestino, un po’ di jazz e molto altro».
Come mai la scelta di usare anche il dialetto?
«Quattro di noi sono triestini doc, gli altri d’adozione. Ci piace esprimerci in maniera onesta, usando il nostro dialetto ma andando fuori dagli schemi delle classiche canzoni triestine. Non siamo gli unici, c’è una sorta di movimento culturale che sta nascendo, ci sono altri artisti come Toni Bruna e Stefano Schiraldi».
Di recente avete partecipato alle manifestazioni contro l’ordinanza che caccia i musicisti dalle strade cittadine.
«Trieste ha ora misure molto più ristrettive di grandi città come Firenze e Venezia: multe assurde e sequestro dello strumento. Si è equiparato in modo sbagliato chi si mette a suonare per strada e non chiede nulla se non un’offerta libera con quelli che vanno in giro a fare la questua. Non stanno in piedi i discorsi sulla qualità: ho visto fior di musicisti in Piazza Cavana, più bravi di alcuni diplomati al Conservatorio. La questione dell’inquinamento acustico è ridicola, considerando traffico, inquinamento, locali con la musica perché prendersela con uno che suona il violino?
La prima manifestazione è stata un trionfo. Poi purtroppo ci si rassegna. Si pensa che forse non è così importante».

Elisa Russo, Il Piccolo 11 Febbraio 2011