Posted on: 21 Agosto 2021 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

In musica non esiste spoiler, quindi sveliamo il finale: “Amsterdam – Trieste/ Memento Mori/ mai molar”. Sono le parole che chiudono “Memento Mori” (Moksha Music) il secondo disco del rapper triestino Orco, e racchiudono il concept di quello che le testate di settore hanno già definito “opera monumentale” o “enciclopedica”. Nome storico dell’hip hop cittadino fin dal 1996, Orco, al secolo Marco Nobile, non ha mai mollato la sua passione, ma per metterla davvero a frutto è stato fondamentale il trasferimento ad Amsterdam, nel 2013. Nei Paesi Bassi ha fondato la sua etichetta discografica e ha aperto il suo studio di registrazione, dove si è dedicato alle produzioni altrui e ai suoi album: il primo “Sapere Aude” è uscito nel 2018. In passato ha accumulato esperienze di tecnico di studio per artisti come Al Castellana e Tormento, ma il suo vero cavallo di battaglia sono i testi, molto articolati e ricchi di rime. Nel 2007 il suo pezzo “Vorrei Cantare Come Simone Cristicchi” colpì Albertino di Radio Deejay e divenne un tormentone. Ad Amsterdam ha aperto i concerti di alcuni fra i più importanti rapper italiani (Salmo, Noyz Narcos, Inoki, Colle der Fomento, dj Fastcut e Mattak) oltre che di leggende USA come Big Daddy Kane e Artifacts.

Il suo nuovo album vede la collaborazione di alcuni fra i più importanti nomi dell’hip hop americano degli anni ’90: Afu-Ra, Big Twins, Canibus, Edo.G, El Da Sensei e Sadat X. Come li ha coinvolti?

«Merito di Amsterdam, che è una sorta di New York d’Europa, un melting pot che mi ha permesso di venire in contatto con artisti americani che erano in città per tenere qualche concerto, così mi è successo con El Da Sensei degli Artifacts, che ho avvicinato in un locale, poi ha registrato nel mio studio e mi ha introdotto a Sadat X, una delle voci più riconoscibili della storia dell’hip hop, e poi Afu-Ra. Ma quello di cui sono più soddisfatto è Canibus che per me è un mostro sacro. Chi mi conosce sa che lo ascoltavo in cuffia andando al Liceo Petrarca, sognando di lavorare in un coffee-shop ad Amsterdam».

Compaiono poi altri rapper italiani. E triestini?

«C’è un featuring di El Nero, Omar Soffici, che è un fratello per me, abbiamo sempre collaborato e lavorato assieme fin dai tempi della “Gallery Squad”».

Amsterdam era il suo sogno?

«Sì. Ero venuto per la prima volta a 18 anni ed ero rimasto folgorato. E sognavo di fare musica senza costrizioni. Alla fine ci sono riuscito. Sembra un controsenso ma sono dovuto andare via dall’Italia per fare appropriatamente musica italiana».

Perché “Memento Mori”?

«Può sembrare un’espressione macabra ma in realtà è un’ode alla vita. Sai che devi morire e quindi usi al meglio il tempo che hai a disposizione, senza dare mai per scontato nulla ed essendo grato di tutto quello che hai. Volevo mantenere il titolo in latino visto che l’album precedente si chiamava “Sapere Aude” ed era per me il disco del risveglio anche spirituale, mentre quello nuovo è un disco della consacrazione, del ringraziamento per aver capito certe cose, di positività e inno alla vita».

Il suo riferimento è il rap vecchia scuola?

«Esatto. Mi piace Neffa (anche se non fa più rap), Kaos, Deda, Caparezza lo candiderei al Nobel per la letteratura e adoro come scrive Frankie Hi-nrg mc a cui alle volte mi paragonano e mi fa molto piacere perché lo ritengo un genio assoluto. Con la mia musica cerco di dare un messaggio molto profondo, mi piace pensare che quando non ci sarò più, le mie canzoni parleranno ancora».

 

Elisa Russo, Il Piccolo 21 Agosto 2021