Mancano poche ore all’annuncio ufficiale e Paolo Jannacci non può ancora parlarne, ma sarà tra i big in gara al Festival di Sanremo. Nel frattempo, l’ultima data del tour sarà al Pasolini di Cervignano per Euritmica, giovedì alle 20.45 «È una regione che ricordo per l’affetto del pubblico e il desiderio di musica, devo dire che siete proprio forti» commenta il musicista e cantante milanese figlio dell’indimenticabile Enzo. «In scaletta ci sarà gran parte dell’album nuovo – prosegue – e poi, come imparato dal papà, delle dediche ad artisti che sono importanti per il mio background culturale e per la mia crescita, per esempio Paolo Conte che per me è un faro nella notte che mi salva, e poi Tenco e qualcosa del papà, perché so che il pubblico ha voglia di risentirlo cantato da me e per me non è una forzatura, ma un piacere».

È passato dal jazz al cantautorato: che vestito avete dato ai brani dal vivo?

«È un lavoro di transizione continua e di gavetta che abbiamo cominciato già all’inizio del 2000 con il papà perché la mia band è formata da musicisti con cui collaboro da più di vent’anni (Stefano Bagnoli alla batteria, Marco Ricci al basso elettrico e Daniele Moretto alla tromba) e quindi c’è un grado di interplay e simbiosi notevole. Il modo di gestire gli arrangiamenti è una continua progressione, è molto jazz perché si va a cercare quello che sta cambiando culturalmente e quello che noi riusciamo a fare al meglio. Siamo un quartetto, ma dentro facciamo di tutto, dalle imitazioni con la tromba fino ai balli, possiamo fare qualunque cosa, dai brani più cantautorali e intensi al divertimento puro, nel rispetto di chi ci ascolta. Quindi il vestito è acustico e suoniamo dal folk al pop con la base jazzistica che ci appartiene».

A ottobre è uscito “Canterò”, il suo primo disco da cantante. Ci ha messo cinque anni a finirlo, come mai?

«Perché continuavo a cambiare idea».

Afferma di averci messo dentro tre generazioni, quella di Enzo, la sua (e di Silvestri, Gazzé…) e quella indie pop di oggi.

«Mi sono ritrovato con tre fasce temporali presenti nella mia vita. Vengo da una storia anni ’50 e ’60 perché papà me l’aveva raccontata, passando per la mia giovinezza nei ’90 per arrivare fino allo spirito dei giovanissimi di adesso».

Michele Serra ha scritto il testo di “Canterò” (e compare anche in cameo nel videoclip), poi c’è Claudio Bisio, i Two Fingerz. E J Ax, con cui collabora da tanto…

«C’è grande rispetto tra noi due e quando possiamo ci facciamo una cortesia. È un “nerd” totale che studia sempre la tecnologia, con un background che gli permette di essere solido sia nel suo territorio che in quello degli altri».

Un brano di punta è “Alla ricerca di qualcosa”.

«È forse quello che mi rappresenta di più, mi racconta tanto, sono proprio io, l’ho fatto anche pensando a quando registravo con mio padre e sono certo che sarebbe fiero di come l’ho cantato e interpretato, di cosa sto dicendo. Mi è arrivato alla fine, abbastanza velocemente».

Canta: “Ma che bello sto mestiere/ con le pezze sul sedere”.

«Chi più chi meno siamo tutti dei gran saltimbanchi, che lavorano per un pubblico, per il principe, per il cortigiano, per dare un sorriso al povero, lavoriamo sempre per gli altri, il successo arriva raramente e hai sempre a che fare con le bollette di tutti i giorni».

“L’unica cosa che so fare” tira un po’ le fila su tutto: suonare, sognare, amare.  

«Esatto. Certe cose le puoi solo raccontare o dire, per questo ho scelto di cantare solo il ritornello. Ho raccontato un momento di disagio provato una notte in cui stavo male anche fisicamente e sono uscite le prime frasi. Poi è intervenuto Danti coi Two Fingerz e sono andato avanti con loro».

Elisa Russo, Il Piccolo 8 Gennaio 2020

Elisa Russo

Elisa Russo

Si occupa di musica e spettacoli su stampa, radio, tv e web. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Spesso lavora in coppia con il fratello Ricky. The Russos hanno ideato, scritto e condotto il programma musicale “In Orbita”, in onda su Tv Capodistria (Slovenia) e su Radio Capodistria.
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