Posted on: 17 Marzo 2021 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

«Del suo primo viaggio, quello essenziale ed esistenziale, Piero conosceva solo la data e il luogo dell’atterraggio: il 10 febbraio del 1962 alla clinica Pietro Thouar di Firenze. (…) Sul fatto che fosse nato dall’amore, non aveva dubbi. Lui e suo fratello, infatti, erano due bambini felici, per niente viziati, anzi, ma felici, con due genitori molto esigenti. Viziare non è amare, educare con dolcezza e fermezza, quello si è amare un figlio». La nascita e l’infanzia segnano in maniera indelebile le vite delle persone, i loro percorsi, probabilmente anche le carriere e i successi. Nel caso di Piero (all’anagrafe Pietro) Pelù sembra particolarmente vero. Leggendo “Spacca l’infinito – il Romanzo di una vita” (Scrittori Giunti, pagg 276, 18 euro) si ha la sensazione che in fondo la rockstar fiorentina sia rimasta una versione un po’ evoluta di quel bambino felice. Una vita avventurosa, piena di viaggi, amori (da cui sono nate tre figlie), soddisfazioni. Senza certi eccessi che di solito nelle biografie rock scorrono a fiumi: in questa narrazione romanzata della vita di Pelù, non c’è spazio per nulla fuori dalle righe, non ci sono neppure gossip, rivelazioni o, come spesso capita, veleno sputato sui colleghi (le liste degli amici che ringrazia, invece, sono lunghissime). Un equilibrio invidiabile, che davvero gli deriva da quell’infanzia felice? O è il racconto in terza persona che crea una sorta di freddo distacco? L’unica trasgressione è quella di aver mollato l’università per dedicarsi alla Dea Musica che «esigeva cuore, studio, testa, follia e tempo, tantissimo tempo: la vita intera». «Altro che medico, altro che avvocato. Avrebbe sconvolto i piani di tutti». A 17 anni Piero è un punk con la giacca di pelle e le spille dei Sex Pistols e dei Clash: una ribellione tutto sommato in linea con il periodo, e suona con i Mugnions. I primi di ottobre del 1980 arriva al numero 32 di via dei Bardi, in una cantina ammuffita: con Antonio Aiazzi, Checco Calamai, Gianni Maroccolo e Ghigo Renzulli comincia la storia della rock band italiana per eccellenza, i Litfiba (anche se gli esordi sono nei territori della new wave). «Piero non lo sapeva ancora, ma in via de’ Bardi era appena iniziato il viaggio più rivoluzionario e complesso della sua vita di individuo adulto. Perché è così: il tuo destino te lo senti dentro e non puoi far finta di niente quando scrive a chiare lettere lampeggianti il tuo futuro». L’8 marzo del 1980 Pelù tiene il primo concerto con i Mugnions su un palco che aveva costruito da solo legando insieme con lo spago i tavoli della sala della tombola e il 6 dicembre dello stesso anno, il debutto live con i Litfiba alla Rokkoteca Brighton. Il momento più degno per celebrare il quarantennale sarebbe stato il 4 febbraio del 2020, comparendo per la prima volta nel cast del festival di Sanremo. «A modo suo naturalmente, senza alcun interesse a vincere, come nel 1982 al Festival Rock di Bologna, ma solo con una enorme voglia di festeggiare i suoi primi quarant’anni passati ininterrottamente insieme alla sua Dea Musica». Altre celebrazioni dovevano seguire, ma il covid ha bloccato tutto. Così ci si ferma a Sanremo dell’anno scorso, con il brano “Gigante”: “Spacca l’infinito” è un verso di quella canzone, un invito rivolto a tutti a non perdere lo stupore e la fiducia in un universo dove tutto, a saperlo ascoltare, canta insieme a noi. E al bambino che è stato Piero confessa: «Se mi fossi dimenticato di te non sarei stato felice nemmeno un minuto».

 

Elisa Russo, Il Piccolo 17 Marzo 2021