Posted on: 22 Giugno 2007 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

 

 

Trieste si prepara ad accogliere i Placebo. La rock band britannica, capitanata dall’androgino Brian Molko, arriva oggi in città e salirà sul palco del PalaTrieste alle 21.30. La discografia ufficiale, se si esclude una raccolta, conta cinque uscite. I più belli rimangono sicuramente i primi lavori: «Placebo» del 1996 e «Without You I’m Nothing» del 1998. Quest’ultimo è un album molto cupo, rispecchia un periodo in cui Molko faceva largo uso di antidepressivi e stupefacenti; non è un mistero che ci fossero grosse tensioni all’interno del gruppo. Un titolo romantico e disperato, alla Judy Garland, come lo ha definito lo stesso Molko. L’amore del pubblico è stato un forte incentivo che ha scongiurato lo scioglimento della band. «Black Market Music» del 2000 è il disco più controverso. Nonostante le critiche, raggiunge alla fine del 2002 il milione di copie vendute. «Sleeping With Ghosts» del 2003 e «Meds» del 2006, gli ultimi due lavori, non aggiungono molto. Il prossimo album è previsto per il 2008. I Placebo spesso sono stati inseriti tra gli ultimi eroi romantici, come Depeche Mode, The Cure, Morissey. L’anno scorso alla Wembley Arena di Londra hanno avuto ospite sul palco Robert Smith dei Cure, che ha partecipato ad un duetto di «Without You I’m Nothing» e alla cover dei Cure stessi «Boys Don’t Cry». Altri momenti leggendari nella loro carriera sono stati le collaborazioni con David Bowie, Frank Black dei Pixies, Michael Stipe dei REM e, in tempi più recenti, con The Kills e Bloc Party. Brian Molko, come scrive Silvia Giagnoni nel libro pubblicato da Arcana, «E’ un 21st Century Boy perché alla posa glam, resa manifesta nel narcisistico esibizionismo con cui sfoggia abiti belli e firmati – si vedano le frequentazioni con il mondo della moda: da Gucci a Calvin Klein – unisce l’attitudine punk a non farsi incasellare, catalogare». Una componente del fascino del gruppo nasce anche dall’alone di mistero sul loro privato: hanno sempre preferito lasciar parlare la loro musica e spesso hanno reagito male nei confronti di chi voleva saperne di più. Il proliferare di siti internet e fan club disseminati in giro per il mondo, hanno in parte ovviato a questa loro reticenza congenita. La loro storia è ormai più che decennale: Molko incontrò il bassista Stefan Olsdal nel ’94, il batterista Steve Hewitt si unì a loro poco dopo: la prima apparizione su un palco risale al gennaio 1995, a Londra. Sembra che all’epoca scelsero come nome della band semplicemente «una parola che immaginavamo poter essere gridata da 40mila persone!». Già ai tempi della scuola Molko adorava truccarsi, travestirsi, recitare, ascoltare Bowie, Nick Drake, i Pixies, i Sonic Youth piuttosto che fare sport e socializzare.

Qualche giorno fa i Placebo sono stati ospiti del programma di culto condotto da Henry Rollins sul canale IFC TV: uno show settimanale in cui il leggendario cantante hardcore ha carta bianca nella scelta degli ospiti e dei contenuti, senza censure o interferenze. I Placebo hanno eseguito in quell’occasione «Blind» e «Running Up That Hill». In Italia molti ricordano ancora il loro passaggio televisivo noto come «l’incidente sanremese». Furono catapultati come ospiti internazionali sul palco dell’Ariston nel 2001, davanti ad una platea immobile. Molko decise di distruggere la chitarra contro gli amplificatori, in puro stile rock’n’roll, ma il pubblico di Sanremo non gradì per niente. Volarono insulti, scese il gelo e l’imbarazzo sui volti di Raffaella Carrà e Megan Gale che addirittura si scusarono con i telespettatori. Molko fu scortato dai carabinieri all’uscita del teatro. «Forse abbiamo fatto la felicità di qualche ragazzino che stava guardando il festival con i suoi genitori annoiandosi a morte», commentò. La band britannica è comparsa anche sul grande schermo. Michael Stipe, in veste di produttore cinematografico, li ha voluti nel film «Velvet Goldmine» di Todd Haynes. Per la colonna sonora registrarono niente meno che una versione di «20th Century Boy» dei T-Rex. L’amicizia con Bowie e la partecipazione a questa pellicola, contribuirono a rafforzare l’immagine dei Placebo come glam rock band agli occhi del grande pubblico. Molko ha partecipato anche all’album d’esordio dei Trash Palace. In «Positions», interpreta il brano «The Metric System» e la cover di «Je t’aime… moi non plus» con Asia Argento. Di questo pezzo esisteva anche un progetto video, contro il quale si schierò il manager dei Placebo che lo riteneva troppo “hard”.

I Placebo salgono sul palco del palasport di Valmaura attorno alle 22, dopo la mezzora di onesto ed energico indie rock della band anglo-australiana degli Howling Bells. Nell’atmosfera arroventata del Pala Trieste, millecinquecento fan, perlopiù giunti da fuori città, accolgono la band. I numeri sono lontani dal sold-out. Peccato il cambio di location. Il concerto del trio rock britannico avrebbe avuto un altro impatto nella cornice di Piazza Unità.

Prima compaiono Steven Hewitt alla batteria e Stefan Olsdal al basso, poi ingresso trionfale per il leader Brian Molko. Capelli neri cortissimi, consueto make-up, abbigliamento sobrio ma elegante: sembra ormai lontano dall’icona glam pop e idolo delle ragazzine degli esordi. Il tempo è passato, e forse la band non ha saputo rinnovarsi: gli ultimi album sono una ripetizione dei primi lavori, che rimangono insuperati in quanto a intensità ed originalità. La ricetta è sempre quella: la particolare timbrica vocale di Molko ed il suo giocare con l’androginia, il tappeto ritmico elettronico intrecciato al pop rock tradizionale, con una spruzzata di glam. Le canzoni tendono ad assomigliarsi un po’troppo. Questa è la considerazione quasi unanime di critica e pubblico, senza nulla togliere a questi tre musicisti, che sul palco si comportano da professionisti e regalano ai presenti un’ora e mezza di piacevole intrattenimento. Il concerto al PalaTrieste si apre con «Infra Red», uno dei singoli di punta dell’ultimo album «Meds» del 2006: la versione live è un po’ più lunga e dilatata e rapisce il pubblico che esplode in un boato. Durante il secondo pezzo il concerto viene bloccato. Brian Molko chiede alla security di portar fuori due ragazzi considerati violenti che stavano sotto il palco: se non fossero stati allontanati, la band non avrebbe proseguito. La scaletta continua dando ampio spazio alle canzoni dell’ultimo cd: la suadente «Meds» che dà il titolo all’album (in studio di registrazione, ai cori ha partecipato VV di The Kills) con l’ossessivo ritornello “baby hai dimenticato di prendere la tua medicina”, «Drag»: una sfilza di brani energici che pian piano riscaldano il pubblico, tutti riarrangiati sapientemente ed accompagnati da visuals proiettati alle spalle della band. Poi l’atmosfera si placa con due brani più lenti e intimisti: «Song To Say Goodbye» e «Follow the Cops Back Home», quasi strappa lacrime. L’attesa di qualche pezzo più vecchio viene premiata con un’intensa esecuzione di «Every you and Every me», dall’indubbia resa live. Non può mancare «Special K», brano di punta di «Black Market Music», in cui il pubblico viene coinvolto nei cori. È una canzone sulla disperazione, che utilizza gli effetti di una droga, la ketamina, altrimenti conosciuta come «special k», per parlare di uno stato psicologico. Viene usata come metafora per descrivere la fase dell’innamoramento a prima vista: come per le droghe, a ogni picco verso l’alto, c’è una caduta verso il basso, e il botto è grande. Molko ha sempre dato molta importanza alla scrittura dei testi e ha dichiarato: «I testi che ho scritto sono per lo più sulle mie emozioni e sulle mie esperienze. Riflettono il pericolo e la mancanza di chiarezza, come ogni cosa non è bianca o nera, ma tante sfumature di grigi. Quando scrivo i testi incomincio con una melodia e un canto che è spazzatura. Gradualmente le parole vengono fuori e io vi costruisco sopra i testi. È come se venissero dal subconscio. Appartengono all’aria come me. Hanno una propria vita». Verso il finale viene inserita «Running Up That Hill», la cover di Kate Bush e «Taste in Men», altro successo della band. Il sound è quello che ha contraddistinto i dieci anni della loro carriera: oscuro, ansiogeno, caratterizzato da esplosioni di chitarre e da improvvise pause romantiche.

Elisa Russo, Il Piccolo, 22 giugno 2007