Posted on: 8 Febbraio 2012 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Più di un mese di pausa, per DDD. Non voglio neanche immaginare lo sgomento del mio pubblico! Oggi ne avrei così tante da dire che potrei esplodere. Tra l’altro avevo dedicato l’ultima puntata di DDD (fine dicembre) a parlar bene di alcune persone, per contrappasso potrei parlare male di qualcuno. Magari parlare male degli stessi di cui avevo parlato bene, perché si sa: il bastone e la carota! E ciascuno ha pregi e difetti, luce e buio etc etc. Ma invece, colpo di scena, ho deciso di recuperare un argomento che era rimasto in sospeso. Il libro di Fabri Fibra “Dietrologia – I soldi non finiscono mai” con la prefazione di Marco Travaglio, uscito per Rizzoli ad ottobre 2011.

 

Non è un romanzo né l’ennesima inutile autobiografia di un vip. È una scossa violentissima. È un elettroshock. È un manifesto politico. Chi lo ha scritto è il protagonista indiscusso della scena rap nel nostro Paese, Fabri Fibra, pluri-disco di platino. Lo ha scritto per dire che il rap, musica della ribellione e dell’emancipazione ovunque, da noi risuona a vuoto, trovando un terreno sterile per il proprio messaggio. Perché? Il problema è l’Italia, Paese che ha la delirante pretesa di paragonarsi con altre realtà socialmente avanzate, come la Francia, l’Inghilterra o gli Stati Uniti, ma è dominato da una generazione di vecchi che hanno schiacciato i giovani, hanno ucciso la creatività, hanno ipnotizzato le menti. È un “matrix”, come lo definisce Fibra, una palude nella quale gli italiani sono felicemente intrappolati. I settantenni che non mollano il potere. Il mercato del lavoro blindato: o fai il mestiere di tuo padre (che faceva quello di suo padre), o non fai nulla. Una generazione persa nel web, le mamme che vestono da zoccole le figlie pensando che l’unica strada possibile passi per la seduzione, o meglio per la prostituzione. I grandi tabù: parlare di soldi, fare soldi, avere successo. La passione nostrana per le scorciatoie e per la contraffazione. In Italia basta apparire. Un unico sport, il calcio, canzoni e film tutti uguali, uomini e donne come clonati dalla tv. Nessuna possibilità di scegliere davvero. Chi decide veramente per l’Italia e per gli italiani? In un Paese in cui tutto è in mano a pochi, far rinascere la diversità è l’ultima vera sfida.

Un libro che consiglio a tutti, ma se uno è giovane (cioè, usando una frase di un’amica: “fino ai 25 anni, quando ci credi ancora!”) lo consiglio doppiamente. Perché è un libro che ti insegna che “prima di avere successo devi fallire. Altrimenti come fai a riconoscere un successo?”. E “in Italia i desideri vengono soffocati perché rappresentano l’inizio di un percorso, è più facile accontentarsi e rinunciare, rinunci e la rinuncia è una sconfitta, un fallimento. In Italia sono tutti falliti che criticano e odiano chi riesce in qualcosa”.

O che ti insegna che “il tuo commento scritto su internet non è preso in considerazione da nessuno se non sei giudicato importante” e che “nell’arte oggi nessuno inventa niente ma tutti riproducono, traducono, ripropongono, prendono ispirazione da altre opere, non si tratta di copiare ma di prendere ispirazione, oggi è così e forse continuerà a essere così, basta guardarsi intorno, le vere opere d’arte sono tutte del passato, dopo ognuno ha preso ispirazione dai vari stili tracciati negli anni, nei secoli”.

Fibra nel suo libro dice molte cose sullo stare essenziali, tema che ho affrontato spesso. Per esempio dice che “l’indipendenza la raggiungi quando compri meno roba possibile, cioè quando sai quello che devi comprare, quello che ti serve, quando scegli”.

E dice anche una cosa su Ricky Russo: “lavorare in radio deve essere una figata infinita. Poter scegliere la musica da passare e introdurla parlando a gente che ti ascolta ma non vedi è il massimo”.

Altre due citazioni:

«Non datemi i vostri cd sperando in un colpo di fortuna. La fortuna nella musica non esiste. Esistono le occasioni e la gente che le sa cogliere. Tutto il resto è aria fritta. Molte volte sono i genitori stessi a venire da me dicendomi: mio figlio è molto bravo, per favore ascolta le sue canzoni, è bravo come te, dagli una mano.

Cioè suo figlio è bravo come me e non lo sa nessuno? Cazzate cara signora, se suo figlio fosse bravo, io l’avrei già saputo, sarei stato il primo a saperlo. Se una persona ha la capacità non manda la madre dall’artista a proporgli l’affare dell’anno».

«Molte persone commentano video di artisti che disprezzano. Non capisco perché una persona passi il suo tempo a commentare video di artisti che non ama. Proprio non lo capisco. Molta gente commenta i miei video con frasi del tipo: “sei una merda coglione fai schifo, meglio Caparezza”. A me non piace il cazzo quindi non vado a vedere i gay-porno per commentarli, non passo il mio tempo a guardare due uomini che si inculano per poi scrivere tra i commenti una frase del tipo: “coglioni di merda fate schifo, meglio la figa”. Non lo faccio perché non ha senso. Fare cose senza senso può essere autodistruttivo. (…) La maggior parte dei commenti è volgare. Fateci caso. Si leggono cose che dal vivo non diresti mai a nessuno, nemmeno da ubriaco. (…) Il web è il cimitero della lingua italiana. Una volta ho letto i commenti di ragazzi su un topic che parlava di me, i commenti erano: “questo disco mi fa cagare a spruzzo”, “questa canzone mi fa vomitare dal culo”, “non comprerò mai un disco di questo coglione”. Ok, ma allora non parlarne. Se una cosa non ti piace non dovresti parlarne. Dovresti parlare di ciò che ti piace. Se invece ne parli, se lo critichi, dovresti provare a sostituire le frasi merdaiole con frasi di uso comune come ad esempio: “il disco non mi piace, non lo ritengo valido, non mi dice nulla”, ma soprattutto aggiungendo una motivazione sensata. Altrimenti la domanda sorge spontanea: ma tu chi cazzo sei per giudicare il mio lavoro in questo modo? Ma soprattutto, pensi veramente che ci possa essere qualcuno interessato a un commento del genere? (Diventi solo una statistica: quanti coglioni ci sono sul web?). Allora mi aspetto che tu scaraventi il cappuccino addosso al barista quando non è buono, anzi, quando fa schifo al cazzo. “Barista! Oooh dico a te, barista, questo stracazzo di cappuccino fa schifo alla minchia, è una merda, fallito eccoti servito… Sbaaam!” (…) Essendo una zona franca, dove non ci sono arbitri, non ci sono giudici, non ci sono regole e punizioni, su internet ognuno tira fuori quello che si sente di tirar fuori, come animali, e molto spesso purtroppo i ragazzi si espongono talmente male che lo fanno solo perché sanno di essere coperti dall’anonimato. Non andresti mai in giro ad esprimerti in quel modo».

 

Elisa Russo, in parte in onda su Radio Capodistria, In Orbita 06 Febbraio 2012