Posted on: 17 Ottobre 2010 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Spesso a noi Russos tocca difendere il rap, spiegare perché lo ascoltiamo, motivare, sdoganare e alle volte fare anche dei disegnini per quelli più duri di comprendonio. Come mai? Mah…
È ufficiale, ve lo devo proprio dire: nel 2010 in Italia il rock annaspa un po’, a livello di contenuti. Ha perso la sua carica eversiva. Dice ma soprattutto non dice. Certo, poi ci sono le eccezioni; un esempio su tutti: il Teatro Degli Orrori. Cito Pier Paolo Capovilla che in un’intervista mi disse: “Io scrivo canzoni. La mia più grande ambizione è scrivere canzoni non soltanto dotate di senso, ma anche di tensione poetica. Detto questo, non credo d’essere un poeta e non sono uno scrittore; sono il cantante de Il Teatro degli Orrori, e sono felice d’esserlo”. Bhè, i testi del Teatro hanno il loro spessore: dotati di senso e tensione poetica, appunto.
Ma Capovilla non ha certo bisogno di essere difeso. Perché è, giustamente, rispettato nell’ambiente. Quello che vorrei, è che gli ascoltatori dell’indie rock provassero ad ascoltare senza pregiudizi il rap italiano. “Controcultura” di Fabri Fibra è il disco che meglio fotografa l’Italia di oggi. Su Rolling Stone c’è un’intervista a lui e Travaglio (dove si intervistano un po’ tutti a vicenda…) in cui Fibra afferma:
In Italia nessuno dice niente, nessuno… tu guardi Ligabue, primo in classifica, nel disco non dice un cazzo! Neanche a voler interpretare quello che dice… quindi io mi trovo molto male perché sembra sempre che se dici qualcosa lo dici per attirare l’attenzione e vendere di più… riesco a stimare la gente che mi lascia esprimere senza darmi tante indicazioni… che mi lasciano le canzoni come le finisco io, anche se mi dicono che è forte, perché io son molto volgare, sono pesante, ma se facessi il raffinato nel rap mi direbbero “vai a fare musica leggera!”.

A proposito di raffinati.
E i Club Dogo?
Ne vogliamo parlare?

Io non li capivo tanto, pensavo fossero davvero troppo tamarri.
Però piacevano molto a RR che è il mio Mentore, allora li ho un po’ approfonditi. E ho letto anche un libro su di loro, ovvero “La Legge del Cane” un’intervista a Jake La Furia e Guè Pequeno (Add Editore).
“Questi che si ritengono molto alternativi, impegnati, sono gli stessi che odiano l’essere tamarro, cioè tutto quello che incarniamo”.
“Se tu sei di una scuola di pensiero che si ritiene alternativa, e poi mi guardi da capo a piedi, mi dici “ah, guarda come sei vestito” allora sei uno snob. Dovresti soltanto guardarmi in faccia, ecco”.
E allora ho deciso di guardarli in faccia, che io non sono snob!
Dice la presentazione del libro:

I Club Dogo sono una delle cose migliori capitate alla musica popolare italiana negli ultimi anni. Vantano fan insospettabili e non smettono di farsi amare da quelli della prima ora, quelli dei demo amatoriali e del passaparola da strada. Con un pubblico sempre meno omogeneo, con una maturità artistica ormai raggiunta nonostante gli strali di critici poco attenti e moralisti molto attenti (al consenso), che continuano a giudicarli per gli atteggiamenti diretti e provocatori, i Club Dogo dimostrano in questa chiacchierata a due (le voci del gruppo, Gue Pequeno e Jake la Furia), quanto sia sbagliato sottovalutarli. Troppo facile e banale prenderli alla leggera e relegarli allo status di fenomeno giovanile o di ribelli da classifica, La Furia e Pequeno affrontano con grande consapevolezza del ruolo senza remore tutti gli argomenti più delicati e controversi che li riguardano. Sesso, droga, violenza, strada, famiglia, amici, politica e adolescenza. Un libro sorprendente solo per chi non conosce la vera natura di un gruppo rap nato dalla strada e destinato a farne ancora molta. Di strada.

Così si raccontano:
“Abbiamo vissuto da testimoni il passaggio al cellulare e a Internet, che di fatto ha svuotato le piazze. La nostra è stata l’ultima generazione analogica. Oggi regna un crossover culturale che da una parte è un bene, una vera figata, dall’altra ha contribuito ad annacquare le identità. Un processo di contaminazione, di cancellazione dei confini, che si è verificato anche nella musica. All’epoca, invece, c’erano proprio delle tribù, con dei tratti molto accentuati. Punk, metallari, rapper, writer. Oggi si sono mixati gli elementi, tra un gruppo e l’altro. Nel futuro ci saranno le etnie, al posto delle bande”.

Una considerazione sulla tv:
“Certo la tv è tutto. I reality e i talent show sono tutto. Chi fa un talent show poi, grazie a un potere mafioso, vince Sanremo. I tronisti di uomini Donne sono in televisione a fare il macho ma per essere lì hanno dovuto soddisfare uomini più potenti e vecchi di loro”.
E questo l’hanno scritto prima che esplodesse il caso di Lele Mora (e comunque meglio l’elemosina che Lele Mora, per citare Marracash).

“La cosa del rap che ti fa innamorare è l’estremamente esplicito, le cose matte e dirette che ti dice e che a noi, per esempio, hanno fatto scattare una molla”.

“Se tu non hai interessi, non avrai neppure un vocabolario per descrivere quello che hai intorno. Se invece guardi tanti film, leggi, ascolti, vivi, ti costruisci un background, è da quello che riesci a fare musica”.

“Non c’è nessun rapper al mondo che sia un balordo e basta. Devi comunque avere un talento, una curiosità, una voglia di fare, una capacità di osservazione e racconto. Noi siamo la cosa più vicina che c’è tra l’essere tarri e l’essere artisti. Non a caso Nas, Wu-Tang Clan, Guru e molti altri vengono dal college, senza aver mai perso il legame con la strada”.
Ma infondo non c’è da spaventarsi se qualcuno non li capisce:
“Il 90% del nostro pubblico non ci capisce del tutto e interpreta male. E va bene così, che apprezzi la musica e basta. Solo un 10% ha quel fanatismo che li spinge a voler sapere e capire tutto di quello che scriviamo e di chi sono i
Dogo”.

“A tutte le sgallettate della provincia che su Facebook dicono «Che bomba, minchia, vorrei vivere a Milano, andare lì, andare là», io dico sempre che è una cagata di posto. Vorrebbero abitare a Milano solo perché vivono nel buco del culo sul monte”.

Amen.