Posted on: 1 Agosto 2021 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

Motivo d’orgoglio per Trieste fin dagli anni ’90, tra le band di metal sinfonico più apprezzate al mondo con oltre un milione di copie vendute, i Rhapsody Of Fire tornano sul mercato discografico con un ep intitolato “I’ll Be Your Hero” e annunciano il nuovo album “Glory for Salvation” (AFM Records) per il 26 novembre. Una formazione tutta triestina (eccetto il cantante Giacomo Voli di Correggio): il fondatore Alex Staropoli alle tastiere, Roberto De Micheli alla chitarra, Alessandro Sala al basso, la new entry Paolo Marchesich alla batteria.

Il leader Alex Staropoli, però, da diversi anni ha scelto di abitare prima in Spagna e ora in Inghilterra: «Sono a Londra da 4 anni – racconta –. Vengo spesso a Trieste in estate, a trovare mio papà. Mi piace tornare ma mi è difficile viverci. Mi mancano gli amici, ma a livello di vita preferisco altri posti».

Per molti anni i Rhapsody Of Fire hanno girato il mondo senza suonare mai nella città natale, si sono poi rifatti suonando nel 2014 in Piazza Verdi, nel 2015 al PalaTs prima degli Scorpions, nel 2017 a San Giusto e nel 2018 in apertura degli Iron Maiden in Piazza Unità.

Staropoli, che ricordo ha di quei live?

«Quando suoniamo a Trieste sentiamo grande supporto e appoggio. Eventi bellissimi, circondati da amici, famiglia, fan. Suonare nella propria città è un’esperienza unica. Aprire a casa per Scorpions e Iron Maiden è stata una cosa incredibile. Sono contento che abbiamo recuperato la nostra presenza, sarebbe bello fare almeno un concerto in zona ogni due anni».

Siete la conferma che Trieste può sfornare band di livello planetario. Vi sentite un esempio?

«Avere successo non è facile ma non è impossibile. Quando abbiamo iniziato, il nostro desiderio era fare musica che avremmo voluto ascoltare ma che ancora non c’era. Per noi era la spinta principale, fare un cd che potesse competere con quelli che compravamo nei negozi di dischi, non diventare fighi e famosi, quell’idea non c’era. Siamo partiti dalla musica e dal suo messaggio, non era necessariamente il successo l’obiettivo».

Il vostro ultimo tour fu interrotto dal primo lockdown. Come è andata?

«Dopo lo show a Zagabria abbiamo deciso di mandare tutti a casa, per cui i componenti di Trieste hanno dovuto attraversare il confine a piedi perché neanche il tour bus poteva entrare in Italia, ed è andato verso l’Austria. È stato complicato. Nel giro di 48 ore ci sono state le chiusure. Ci mancavano cinque concerti, ma tra i più belli: Parigi, Milano, Monaco… è stato un peccato».

Vi siete dunque dedicati alla registrazione?

«Era comunque in programma di tornare a casa e cominciare a lavorare al nuovo album. Volevamo far uscire ora solo un singolo, però avevamo registrato per il disco precedente una ballad in quattro lingue e avevamo le versioni italiano, spagnolo, francese ancora inedite; avevamo anche mixato due tracce live e poi una canzone che era uscita solo in Giappone per cui abbiamo incluso tutto in quello che è diventato un ep corposo, quasi quaranta minuti di musica».

E a novembre il tredicesimo album. In che direzione si muove?

«Abbiamo alzato l’asticella a livello compositivo, di suono e mix, sono davvero contento, è forse il miglior disco per complessità, numero di tracce, energia… Mettere assieme trasparenza, chiarezza, pulizia nel mix è un traguardo».

Il tour di gennaio e febbraio 2022?

«30 date in Europa: non vediamo l’ora di tornare e riprendere da dove abbiamo interrotto. Sperando bene, le incognite sono dietro l’angolo».

 

Elisa Russo, Il Piccolo 1 Agosto 2021