Posted on: 3 Giugno 2013 Posted by: Elisa Russo Comments: 0

the charlestones8The Charlestones hanno avuto l’onore di esibirsi, il 15 e 16 maggio, sul palco del mitico Cavern Club di Liverpool, celebre per aver ospitato diverse esibizioni dei Beatles.

Tre componenti dei Charlestones sono carnici: Mattia Bonanni (voce, chitarra), Matteo Peresson (basso) e Federico Pellizzari (batteria), mentre Gian Marco Crevatin (chitarra) è triestino. Il punto d’incontro è Trieste: «Noi siamo di Tolmezzo e Gian Marco è di Sistiana, l’abbiamo conosciuto qui all’Università qualche anno fa. Viviamo a Trieste da un bel po’, ci siamo affezionati, è incominciato più o meno tutto qui», spiega Bonanni che dell’esperienza di Liverpool racconta: «Ci hanno contattati e invitati tramite la nostra agenzia, Virus Concerti, eravamo estasiati. Il festival (International Pop Overthrow) è molto grande, riunisce gruppi da tutto il mondo ed è stato un onore per noi prenderne parte. Ci siamo esibiti per due sere di seguito su due palchi diversi: il palco storico del Cavern, dove si sono esibiti migliaia di volte i Beatles, e il palco secondario, quello nuovo. Il Cavern è praticamente un museo, è fantastico. C’era sempre tantissima gente, l’atmosfera è incredibile. Sei costantemente avvolto dalla sensazione di essere in un posto in cui tutto gira attorno alla musica. Abbiamo vagato per Liverpool, ci siamo comprati dischi, vestiti, abbiamo conosciuto gente da tutto il mondo, incontrato musicisti che ascoltiamo da sempre, è stata un’esperienza incredibile. Le persone ti fermavano per strada chiedendoti se eri tu quello che suonava al Cavern la sera prima. L’ultimo giorno ci siamo concessi un po’ di pellegrinaggio a Manchester. Ora che siamo rientrati, fatichiamo ancora a riprenderci dalla nostalgia. I Crookes ci avevano invitati ad aprire un loro concerto a Sheffield, l’abbiamo saputo troppo tardi però, avevamo già prenotati i biglietti per il ritorno».

Il vostro disco è stato stampato anche in Giappone. Ci sono possibilità di andare a suonare lì?

«È quello in cui confidiamo, perchè c’è molto entusiasmo in Giappone, in generale. La nostra944161_10151640423048497_598142201_n etichetta, la This Time Records di Tokyo, si sta occupando di tutto. Non ho idea di come ci abbiano trovati, fatto sta che hanno stampato i dischi, li hanno distribuiti  nei negozi e si occupano della promozione. Riceviamo delle foto dagli store con esposti i nostri album, fa impressione pensare che siano arrivati fin là. Pochi giorni fa ci hanno poi comunicato che la versione giapponese del video di “She Was A Firework” è entrata in rotazione in uno dei maggiori network televisivi musicali giapponesi. Non potevamo sperare in meglio, ora staremo a vedere». 

Avete aperto per Crookes, Kasabian, Black Lips, White Lies, Veronica Falls, The Elbow… cosa vi rimane di questi celebri incontri?

«Rimane la sensazione di aver realizzato una parte del sogno, di essere riusciti a farlo con le nostre forze, semplicemente scrivendo canzoni. Per quanto mi riguarda non c’è pretesa più alta che quella di poter realizzare ciò in cui si spera. Anni fa ce le sognavamo ste cose, ora le abbiamo provate, fanno parte di noi e ce le portiamo dentro».   

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Che bilancio fate di “Off The Beat” dopo qualche mese dall’uscita?

«Abbiamo aspettato parecchio prima che il nuovo materiale uscisse, era pronto da mesi. Poi è successo, e di fretta è passato, sono arrivate le recensioni, tante e positive, abbiamo fatto dei bei concerti, i nostri fan sono sembrati soddisfatti e ne abbiamo di nuovi. Ora continueremo per tutta l’estate, ci aspettano ancora parecchie cose. Abbiamo già scritto nuove canzoni, certe tra le migliori di sempre. Non credo, però, che rientreremo in studio a breve».

L’indie italiano fa fatica. Per voi che suonate molto internazionali c’è qualche possibilità in più?

«Se l’indie italiano fatica è soprattutto per via di quello che propone, oltre che dell’immaginario che si porta dietro. Troppo spesso si tende ad accusare la mancanza di cultura musicale della gente, troppo raramente invece a mettere in dubbio che quello che si propone non sia così allettante. C’è poi la crisi, ma la crisi non è una scusante, anzi. Nei periodi difficili l’arte e la musica possono fare molto, possono rianimare la vita della gente. La musica è come un parco divertimenti, ti fa stare bene, ti fa sperare e sentire più leggero. Se il panorama indie fatica significa che non è all’altezza di fare questo. Non mi sento, né ci sentiamo, di appartenere a quel mondo. Noi facciamo le cose per conto nostro, seguiamo la nostra strada, non abbiamo nulla a che fare con la maggior parte dei gruppi con cui condividiamo palchi qui in Italia, ma fa piacere sia così. A Liverpool siamo rimasti esterrefatti dall’atmosfera che si respirava, dalla proposta musicale, dalla positività. Vogliamo trasmettere la nostra visione della musica, quella che abbiamo nel cuore e nella mente».

 

Elisa Russo, Il Piccolo 03 Giugno 2013

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