«Tutte le canzoni che ho avuto dentro, le ho scritte» Walter Somà



 

Dovrei/vorrei scrivere una biografia di Walter Somà.
Perché gliel’ho promesso da tempo
e sono una donna di parola, in primis.
Però è difficile.
Anche perché non so molte delle cose che si dovrebbero sapere per scrivere una biografia di un musicista: quando dove come con chi ha cominciato a suonare, per esempio.
Ma è importante, saperlo?
Roba sperimentale, a Torino, tempo fa, nella sua vita precedente.

«Io vengo da Torino e vivo nel sogno»
 Walter Somà 

Cose che so e che dovreste sapere anche voi:
Walter Somà è co-autore con Stefano Edda Rampoldi di «Semper Biot». I due stanno lavorando a nuove canzoni che sono molto belle e finiranno, credo, in un secondo album anch’esso molto bello. La mia preferita, per ora, dice: “Odio i vivi, ho i miei motivi”.
Hanno i loro motivi.
Oh sì.

Poi Rampoldi spesso cambia i testi di Somà. In meglio o in peggio? In ogni caso li rampoldizza e va bene così.

«A volte la mente ti lascia qua seduta immobile. Rischi di crederti reale se, il sangue scivola giù dai tuoi occhi e un profumo di sacro dissimula la realtà».

Ho in testa questa versione di «Organza».
Chissà se è mai esistita.

Che altro so? So che nel 2008 è ricomparso Stefano Edda Rampoldi con dei video su You Tube. E all’inizio ben poco mi importava di chi lo affiancasse. Fosse stato Angus Young o il nano bagonghi, non me ne sarei accorta, lì per lì. Il ritorno del mio idolo rubava la scena al resto. Poi ho avuto i primi contatti con Edda, che mi disse che i pezzi che vedevo in rete, erano perlopiù di Walter. E me lo descrisse come “Il principe delle tenebre di Settimo Torinese… che soffre di anoressia sociale quindi forse non lo vedrai mai”. Preciso. La prima volta che ho ricevuto una mail di Walter Somà, non so ben perché, il cuore mi ha fatto tum-tum in un progetto di fuga dallo sterno, ancor prima di aprire suddetta mail. Forse perché era una mail del Poeta Autore Fautore del ritorno di Edda, e tutto ciò che ruotava attorno alla sua Arte era per me Sacro e Inarrivabile. Tum Tum. Walter scrive davvero bene, anche le mail. Le persone che scrivono davvero bene-bene sono poche. Non scrivere bene, per me è un handicap. Chi scrive male, spesso legge male e pensa male. Quindi, chi scrive bene mi entra di diritto nell’Olimpo.Walter è entrato subito nel mio Olimpo. In tema di divinità: Walter è il Demiurgo di Edda. O, sfruttando l’onda di ste due reminiscenze filosofiche da liceo, il maieuta. Edda ha tanta bellezza, ma non è automatico che gli venga fuori. Ha bisogno di una levatrice. Una canzone è appunto un parto. 

 

Walter io non lo conosco, fuori.
Walter io lo conosco solo dentro.
In quella parte in cui tiene la Musica, la Poesia, l’Anima.
Una delle anime più incontaminate che abbia mai intra/visto.
Uno che è capace di nuotare nel fango, proprio e degli altri, e uscirne immacolato.
Rarissimo.

Poi so delle cose sul suo stomaco.
E sul suo cuore.
Ma solo alcune.

So che le canzoni gliele passa Dio, in certe notti insonni.
Gliene passa parecchie.
Spesso sono bozze, embrioni che non si prende la briga di sistemare (Dio).
Sono lì come diamante grezzo.
Hanno luce e buio.
Racchiudono: ricerca, fatica, esistenza, sogno, divino e terreno.
Cantautorato scarno. Blues dell’anima. Ballate viscerali.
Mi fanno pensare a certo folk malinconico alla Bonnie Prince Billy, a certe composizioni casalinghe e sofferte di John Frusciante. Folk nero come la pece.
Sono come una stanza quasi completamente buia dalla cui finestra filtra un raggio di luce accecante. 

«Dove sogno io per assenza 
altrui c’è una rara libertà».
Walter Somà

 Walter Somà, citazioni varie/testi:

«Sono ombra quando c’è luce. E viceversa. Ma a volte mi confondo». 11.08.08

«La musica che mi serve è un’avventura dello stomaco. Sbatte sulle pareti senza razionalità. Sporca molto e risana. Arriva dove non arriva la mano. Figure gelide appaiono e ne vogliono toccare l’intimità. Però brucia. Sciolti, poi vanno. Speriamo in incontri fortunati». 12.08.08

«Neanche il vino veritas, a volte». 25.08.08

«Frase del secolo. In cui mi riconosco. «L’intensità è l’unica cosa che mi interessa – e.Ghezzi». E io aggiungo: solo che non la reggo». 21.12.08

«L’altro giorno i discografici hanno chiesto a Stefano i testi raccomandandosi di non dire parolacce. Lui tutto serio ha risposto che stiamo scrivendo una canzone che parla di una rumena che arriva in Italia in una cisterna. Attimo di gelo. Geniale come al solito. Comunque la canzone esiste davvero».

«Il mercato ormai vende sé stesso. Io ho il fuoco. Solo quello». 31.12.08

«Il disco è una mostruosità. Mi fa paura. È uno psicodramma. Mi spezza. Non so. Troppo». 11.01.09

«Ciao sono Walter. Da quando ho venduto gli strumenti, faccio ballate perché mi hanno prestato una chitarra acustica». 31.01.09

«Stiamo mettendo delle percussioni incredibili. Tale Pacho dei Karma. Bravissimo. In una canzone ha suonato anche l’acqua». 08.02.09

Walter Somà, testi:

Nei miei stupidi Ambienti

Nei miei stupidi ambienti
non ho
regole e quantità
tu e il tuo dio
sempre più assenti
se mi vendico
lui muore e tu
rinascerai
tornerò nasconditi o fingi
sei il mio frammento ipnotico
così ti dimentico
dove c’è 

la fine del dubbio
cercare è un gesto eroico
tra 2 tradimenti
non ho e non esisto più

nei miei strani elementi
dove si cela la qualità
io e il mio dio siam 2 dementi
che si mangiano per questioni di affettività
tornerò nasconditi o fingi
sei il mio frammento erotico
così mi dimentico
dove c’è la fine del dubbio
cercare è un gesto eroico
tra 2 elementi
non c’è la fine del mondo qui
sotto un segmento erogeno

che non capisco più.

La Luna
la luna mi sente
e io la comprendo un po’.
se guardo non vedo
non è un po’ leggero,
mai più.
su di me nemmeno una lettera che
mi da un nome nuovo
ma poi dimentico
anche me.
poi
la luna mi guardò
e io non la tradirò

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Alito

sei 
un alito
come luna nascosta ti 
respirerò
non ho dei
ma attimi
e nessuna presenza
nella realtà
sei vuoi sparisco
io non interferisco
sei un angelo
sei una trama nascosta
che decifrerò
io non ho idee
ma angoli
e non conosco la forza
di gravità
se vuoi ti stupisco
con il mio sangue misto
sei su un livello magico
e so che tu
trascenderai

Attraverso te
hey hey
mi illuminerei attraverso te lo sai?
non sono qui, ma come se.
se mi guardi da vicino
vedrai anche un po’ te.
vedrai anche un po’ te.
e io vicino non ci sono mai stato con te.
è l’ultima prova dell’esistenza di dio.
ma io non sono lei.
io non esisto.

Il mio passo è un sogno

resiste immobile: realtà
tra truffe armoniche
tra l’io e il mai, mi tradirei
son solo ipotesi tra noi che rispettiamo il sogno
ignorare l’integralità
e dove il sole assorbe l’indifferenza 
la qualità si sbarazza di ogni dolore
e dove il LA si rompe
la risonanza è erotica
e io mai, la tradirei
tu e non due
tu e non tu
irrora irrealtà
e nel mio bivio c’è una scala euforica
fottimi dentro a un cerchio di nuovo fuoco
se dentro c’è l’anima mi muovo
nudo nudo nudo nudo… 
lo sai che il mio passo è un sogno? 

(D)io e te

troppe realtà in me
e mi guardo attorno
conosco qualche verità
ma non ne ho bisogno
tu sei la parte di me senza dio
siamo qui rannicchiati
aspettiamo

sei all’ultimo giorno
conosco qualche nome ma
io dentro non mi ci riconosco

tu assoldata da dio
la stanza è una voragine
che

fragili e facili

ELISA RUSSO INTERVISTA WALTER SOMA’

 

Vivi a Varese ma sei di Torino. Da Torino arriva spesso roba molto oscura. Cosa vi danno da mangiare da piccoli in quella città? Panini di chiodi?
«Si dice che Torino sia scura nell’anima. Per diversi motivi. 
Che io ho una parte scura, lo diamo per scontato, no? Poi ho una parte chiara. C’è nel mezzo un ponte. Che è un legaccio. E a volte si sfilaccia. Il rischio della separazione.
L’integrità è una sfida. Sfida è una parola anche noiosa.
L’integrità è tentare l’evoluzione.
Torino ha sempre fatto fatica ad integrare le parti, secondo me.
Penso che dal punto di vista sociale per esempio, abbia mancato l’appuntamento con l’integrazione sia ai tempi dell’arrivo della gente del Sud, sia più recentemente con gli extracomunitari.
Questo produce oscurità.
Mia madre è nata al Sud ed è venuta a Torino quando era molto giovane.
Ho mangiato anche i chiodi, in effetti».

Quando hai incontrato Edda, ne conoscevi/apprezzavi i trascorsi con i Ritmo Tribale? Ti rendevi conto di avere davanti uno che era considerato praticamente una rockstar prima che sparisse?
«Sì. Sapevo chi era e lo ritenevo uno molto capace. Adoravo “Sogna”. 
Nella “zona” in cui ci siamo incontrati, l’aspetto umano era quello più urgente e primario. 
Rockstar. Stella. Ma noi ci siamo conosciuti al livello del suolo. Fortunatamente.
Poi Stefano è una persona molto lontana dal concetto di rockstar. 
È una cosa che riguarda più il pubblico».

Che ricordo hai della prima volta che hai suonato con Stefano?
«È passato parecchio tempo da allora.
Secondo me, la prima volta che abbiamo suonato insieme un po’ più seriamente, avevo scritto una canzone in inglese e abbiamo fatto quella.
Non chiedermi perché. Non ne sono neanche sicuro. Forse non è vero.
Ricordo meglio il periodo in cui abbiamo scritto “Semper Biot”.
Ricordo che Stefano mangiava sempre tutto quello che avevo in giro per casa.
Io fumavo sigarette e lui si lamentava perché il fumo puzza e perché non voleva che mi facessi male. Non ha mai smesso di dirmelo». 

Secondo qualcuno è grazie a te che Stefano è tornato sulle scene. Altri hanno detto, addirittura, che sarebbe merito tuo (o colpa tua!) se è ancora vivo. Una bella responsabilità. Che effetto ti fa?
«Non ho un’idea precisa a riguardo.
Penso di avergli regalato dello spazio e del tempo. E un po’ di canzoni. 
Anche lui mi ha dato molto».

In generale pensi che la musica possa salvare qualche vita? E viceversa? (pensi che la musica possa stroncare – o comunque fuorviare – qualche vita)?
«È una domanda difficilissima. 
In generale, come dici tu, credo che certa musica (come certa letteratura e qualche altra forma d’arte) possa essere uno strumento molto potente.
Vedo la musica come linguaggio universale. 
C’è dentro molta roba che tocca in profondità.
Salvarsi o perdersi però, dipende dall’individuo. Normalmente.
Diciamo che certa musica porta in sé delle grandi occasioni. Nel bene o nel male.
Poi il pallino, lo hai in mano tu. E i tuoi genitori, se sei piccolino».

Hai avuto un ruolo fondamentale nella scrittura del primo disco solista di Edda, ma sei rimasto abbastanza dietro le quinte dopo l’uscita (per esempio non hai preso parte alla formazione live che lo accompagna) come mai? C’è la possibilità di vederti un giorno accanto a lui su un palco?
«Questa è una cosa che faccio nella vita, in generale.
Sono un po’ evitante. E un po’ è la mia indole. Stare dietro.
Ho delle fasi di chiusura molto forti. A volte non sono sane e a volte sono necessarie.
Anni addietro, mi piaceva suonare live. 
Poi ho smesso perché sono stato molto male.
Da allora non ho più fatto concerti e dopo una decina di anni ho ricominciato a scrivere canzoni.
Ora non so bene che farò. 
Stefano mi ha chiesto più volte di suonare live con lui ma ho paura che si rimetta la gonna come ai tempi dei Ritmo Tribale».

 Quando Stefano stravolge le tue canzoni provi mai fastidio?
«Solo se le abbruttisce».

Provi mai imbarazzo/pudore nel rendere pubblici pezzi di te attraverso le canzoni?
«No. Non credo».

Hai già fatto musica in passato, ma nulla che ti abbia dato la visibilità e i riscontri di “Semper Biot”. Cos’è cambiato per te dopo l’uscita del disco, (dopo i riscontri così entusiasti di pubblico e critica etc)?
«Mah. È come se la musica, dentro di me, fosse cresciuta ulteriormente. Occupa uno spazio maggiore, sia dal punto di vista dell’attività (nel tempo) sia come presenza interna.
Mi ha fatto piacere veder apprezzato dalla gente, un lavoro così strano. In fondo la gente è strana e quindi c’è una certa logica in questo».

Quali sono state le più grandi difficoltà e quali invece le soddisfazioni che ti sono derivate dall’aprirti musicalmente al mondo (intendo lavorare con Stefano, con un’etichetta, un produttore, confrontarti con altri musicisti, con il pubblico, a volte con giornalisti/addetti ai lavori…)
«Dal punto di vista musicale: essere autore di canzoni è un po’ come mettere al mondo dei figli e poi lasciare che le maestre di scuola, integrino l’educazione che tu dài. È un bel rischio.
Se scegli una buona scuola o semplicemente se hai culo, bene. Poi c’è sempre la maestra a cui daresti qualche palata in faccia, per amor dei tuoi figli. Io di solito mi fido solo dei bidelli. Se avessi figli, chiederei feedback a loro (ai bidelli intendo).
È una soddisfazione vedere le tue canzoni che si aprono, crescono e poi camminano per il mondo.
Invece il rapporto con tutto il resto, è come nelle altre cose della mia vita. Negli altri incontri e nelle dinamiche che ne regolano i movimenti.
Bene e male.
Io scrivo canzoni in modo molto spontaneo e intimo.
A volte mi mette un po’ di gelo addosso, l’idea che un turnista ci possa suonare dentro».

A proposito di musica e passato, quali sono stati gli incontri musicali (in carne ed ossa o a livello di ascolti) che ti hanno segnato di più?
«Robert Smith, quando ero piccolino, l’ho ascoltato molto.
Lui è uno di quelli che ha educato la mia sensibilità musicale e poetica.
Mi viene da citare lui, in mezzo a molti.
E gli Slayer.
Isidore Ducasse mi ha dato molto, con un unico libro.
Io non sono un grande ascoltatore di musica. Dipende dai periodi. 
Gli incontri veri che mi hanno segnato profondamente, sono con alcune delle persone con cui ho suonato».

Al momento hai in piedi diverse collaborazioni, me le citi e mi dici cosa state combinando?
«Con Aldo, mio vecchio compagno di Torino, abbiamo aperto un progetto che promette bene.
Lui canta la poesia più diretta e cruda che io abbia mai visto incarnata in persona.
Stiamo lavorando su canzoni per un disco. È una persona Singolare. Molto bello.
Con Stefano abbiamo scritto altra roba per un secondo disco. Pare una buona cosa.
Ana mi sta aiutando a registrare ed arrangiare il mio materiale da solista. Pare io stia facendo un lavoro personale».

In particolare mi puoi anticipare qualcosa sul secondo disco con Edda? Come ci si sente a dar seguito a quello che è stato considerato un capolavoro? Ci saranno canzoni vecchie rimaneggiate, canzoni nuove, un mix?
«Io e Stefano ci siamo ritrovati per fare altra musica. Siamo di nuovo stati veloci. Abbiamo una logorrea musicale. Quindi abbiamo canzoni nuove e vecchie.
Non so cosa finirà nel disco. Le cose vengono fuori un po’come devono. 
Per esempio, abbiamo fatto “Io e te” e “Hey Suorina”, quando la scaletta dei brani di “Semper Biot” era già chiusa. Pochi giorni prima di entrare in sala di registrazione. 
Dar seguito a “Semper Biot”, non è semplice, se pensi a qualsiasi cosa che sta al di fuori della spinta che lo ha fatto esistere. Altrimenti è la cosa più naturale che io conosca.
eh? eh».

Hai tantissime canzoni, pensi di riuscire a farne un disco solista?
«Lentamente, lo sto mettendo a fuoco». 

Quali sono i temi ricorrenti delle tue canzoni e perché lo sono?
«Solo recentemente mi sono reso conto che nelle cose che scrivo, mancano gli aspetti “solidi” della realtà. Le cose, gli oggetti.
In un testo ho scritto la parola “scarpe”. Raramente mi capita.
Forse per me, scrivere la canzone è un modo per rendere tangibile, l’intagibile.
È come colorare l’invisibile».

Demetrio Stratos diceva che è necessario abolire le differenze che ci sono tra la musica e la vita. Che ne pensi?
«Non capisco bene cosa intendeva. Però ti cito Artaud, a proposito del suo teatro:
“Il Teatro della Crudeltà è stato ideato per restaurare il teatro di una concezione passionale e convulsiva della realtà, ed è in questo senso di rigore violento e di estrema condensazione di elementi scenici che la crudeltà su cui questo si basa deve essere compresa. Questa crudeltà, che sarà sanguinaria quando necessario, ma non in maniera sistematica, può essere così identificata con un tipo di severa purezza morale che non teme di pagare alla vita il prezzo che le deve”».

Bianconi invece diceva che se ne andava dall’Italia ed è ancora qui. Che ne pensi?
«Andarsene da un posto non è facile. Bisogna avere una mèta. Poi se vai all’estero, devi anche conoscere altra lingua. Io spero sempre di muovermi per andare verso qualcosa e non per fuggire.
“La canzone del parco” è bellissima. Secondo me una delle più belle canzoni italiane. Molto sentita. “A che cosa pensano questi umani fragili”».

Musica e denaro: come vedi il rapporto tra queste due variabili?
«Intendo la musica come sesso e preghiera». 

Qual è la tua paura (legata alla musica) più grande?
«Non averne più, nello stomaco». 

C’è la luce infondo al tunnel o c’è un altro tunnel?
«Penso ci sia un ponte».

Hai letto il testo che ho scritto su di te. Vuoi dissentire su qualcosa?
«Le cose che hai scritto sono molto belle. A vedermi attraverso le tue parole sembro vero!».

Per magia puoi cambiare una cosa al mondo. Una sola. Quale?
«Chiederei al diavolo di lasciarci».

C’è da dire infine, che Walter mi ha regalato la sigla della mia rubrica radio DDD.

Elisa Russo

Elisa Russo

Si occupa di musica e spettacoli su stampa, radio, tv e web. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Piccolo di Trieste. Spesso lavora in coppia con il fratello Ricky. The Russos hanno ideato, scritto e condotto il programma musicale “In Orbita”, in onda su Tv Capodistria (Slovenia) e su Radio Capodistria.

22 thoughts on “WALTER SOMA’

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